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La difficile mossa del gambero tra rotture e riaperture

A Vienna sono ricominciati i colloqui sul nucleare. Dopo le sanzioni imposte all’Iran dal governo Trump, ora ad avere fretta di resuscitare l’accordo è proprio la Casa Bianca, mentre Teheran prende tempo e arricchisce il suo uranio.

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Di fronte al pericolo, il gambero contrae con forza i muscoli addominali, provocando la flessione improvvisa della coda a ventaglio. Questo gli consente di fare un balzo all’indietro prima di tornare, una volta scampata l’emergenza, a muoversi come di consueto. Il ritorno alla normalità, dopo anni di passi a ritroso, è sostanzialmente quello che non sta accadendo a Vienna, dove è da poco ricominciato l’ottavo round dei colloqui sul nucleare. Tra ataviche diffidenze, legittime paure e politiche spericolate non si riesce a ricostruire quello che è l’elemento principale per chiudere un accordo: la fiducia.

Partiamo dall’inizio. Nel 2015 Iran, membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna) e Unione europea firmavano il Jcpoa (Joint Comprehensive Plan of Action), l’intesa sul nucleare. Sulla base del trattato, l’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, sospendeva le sanzioni economiche contro l’Iran. In cambio Teheran si impegnava a tagliare le riserve di uranio a basso arricchimento, a eliminare quelle a medio arricchimento e a ridurre di due terzi le centrifughe a gas.

Tre anni dopo, però, Donald Trump annunciava l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dal patto, rinnovava le misure restrittive e adottava una politica di “massima pressione” contro Teheran. Inevitabili il peggioramento delle relazioni fra le due superpotenze, la ripresa dell’attività nucleare iraniana e il periodo di tensione nel Golfo Persico, culminato poco più di due anni fa con l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani. Per utilizzare un’efficace metafora di Annalisa Perteghella, ricercatrice Ispi esperta di Medio Oriente, Washington e Teheran stavano lanciando le loro automobili a tutta velocità verso il burrone.

Poi l’elezione di Joe Biden alla Casa Bianca sembra riportare la calma. Cosa che è avvenuta, in parte, con la ripresa dei negoziati, interrotti ad agosto per permettere l’insediamento del nuovo governo nella Repubblica Islamica. Proprio questo esecutivo, presieduto dall’ultraconservatore Ebrahim Raisi, non sente l’urgenza di spingere sull’acceleratore per ripristinare l’accordo. Nonostante il parziale ottimismo, regna l’incertezza. L’Iran chiede la rimozione di tutte le sanzioni, ma al momento sta arricchendo l’uranio al 60% (per l’atomica serve il 90%). Questo si traduce in più potere nei negoziati di Vienna.

Per Biden è impossibile stringere un accordo irreversibile (cioè dal quale gli Stati Uniti non possano più ritirarsi) ma ha fretta di chiudere. Il 2022 è l’anno delle elezioni di metà mandato e i democratici rischiano di perdere la maggioranza al Congresso. Con sondaggi tutt’altro che rassicuranti, l’attivismo della Casa Bianca ai colloqui potrebbe interrompersi presto. Non ha invece alcuna fretta l’Iran, che a Vienna prende tempo, rassicura la controparte ma usa toni sprezzanti in patria.

Per chi si aspetta una rapida chiusura nei negoziati, si segnala che la legge di bilancio iraniana per il 2022 tiene conto delle sanzioni americane. Questo vuol dire che a Teheran si fidano poco o non hanno interesse a rientrare a breve nell’accordo nonostante la durissima crisi economica. Anche se una soluzione appare lontana, risuscitare il Jcpoa è fondamentale per chi pensa che, oltre alla diplomazia, esistano poche alternative.

 

di Mario Bonito

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