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Bambini ucraini deportati: migliaia ancora lontani da casa

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Migliaia i minori ucraini rientrati, ma, altrettanti sono ancora lontani da casa. 19.500 casi identificati, il numero reale non è certo

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Bambini ucraini deportati: migliaia ancora lontani da casa

Migliaia i minori ucraini rientrati, ma, altrettanti sono ancora lontani da casa. 19.500 casi identificati, il numero reale non è certo

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Bambini ucraini deportati: migliaia ancora lontani da casa

Migliaia i minori ucraini rientrati, ma, altrettanti sono ancora lontani da casa. 19.500 casi identificati, il numero reale non è certo

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Il presidente Volodymyr Zelenskyj ha ricordato più volte che le autorità di Kyiv hanno individuato in Russia circa 400 luoghi in cui si troverebbero bambini ucraini rapiti. Grazie agli sforzi congiunti col Vaticano e altri partner, l’Ucraina è riuscita a riportarne a casa oltre 1.600 ma i minori deportati o trattenuti restano migliaia. Ufficialmente ne sono stati identificati circa 19.500: tale – già agghiacciante – cifra potrebbe tuttavia rappresentare soltanto la cima d’un iceberg, perché ogni bambino restituito rivela il funzionamento d’un sistema. Non si tratta infatti d’episodi isolati – o di “evacuazioni”, come pretende la propaganda russa – bensì d’un apparato coerente di pressione, ricatto, separazione familiare, russificazione forzata e in molti casi militarizzazione.

Le storie dei minori riportati in Ucraina nelle ultime settimane lo mostrano con brutale chiarezza. Dai territori occupati dai russi sono tornati altri otto bambini e adolescenti ucraini, fra cui 11enne che per quattro anni non era praticamente mai uscito di casa per non esser scoperto, dopo che la sua famiglia aveva rifiutato di mandarlo nella scuola imposta dagli occupanti. In quello stesso gruppo figurava anche un 21enne torturato dopo una perquisizione, durante la quale gli occupanti avevano cercato d’estorcergli la confessione d’una presunta collaborazione con l’esercito ucraino. In un altro caso, Kyiv ha annunciato il ritorno d’un ulteriore gruppo di bambini dall’occupazione, fra cui vi era un ragazzo rimasto senza madre, mentre il padre aveva perso entrambe le gambe in un attacco con drone; c’erano una sorella e due fratelli ai quali gli occupanti minacciavano di togliere la custodia per il rifiuto dei documenti russi; c’erano adolescenti che nelle scuole inquinate dal regime di Mosca continuavano a cantare l’inno ucraino; c’era una famiglia costretta a vivere lungo una strada minata, sotto costante minaccia di morte.

Ancor più emblematica è la vicenda d’una ragazza di 18 anni rientrata in Ucraina dopo tre anni trascorsi in Russia. La sua famiglia era stata costretta a fuggire da Mariupol’ nel 2022 ma lei aveva continuato a studiare online in una scuola ucraina e aveva iniziato a progettare il ritorno ancor prima di raggiungere la maggiore età. Anche in questo caso, il dato umano va oltre il lieto fine: quella ragazza non è semplicemente ‘tornata’ ma ha resistito per tre anni a un processo d’assorbimento identitario costruito proprio per impedirle di tornare.

Lo stesso vale per due adolescenti riportate a casa dopo aver vissuto per tre anni sott’occupazione fra minacce, rischio di perquisizioni e frequenza obbligata delle scuole russe. Oppure per un ragazzo di 16 anni rimasto bloccato per più di tre anni in un villaggio occupato mentre sua madre si trovava nei territori controllati da Kyiv. Oppure ancora per un adolescente salvato dopo esser stato sottoposto a sorveglianza costante da parte dei militari russi, in un contesto in cui perfino una parola sbagliata avrebbe potuto avere conseguenze gravissime per lui e sua madre.

In molti casi gli occupanti minacciano di sottrarre i figli a quei genitori che rifiutano passaporti o documenti russi. In altri li obbligano a studiare con programmi scolastici riscritti da Mosca. In altri ancora trasformano la casa in una prigione invisibile: perquisizioni ripetute, controllo capillare, intimidazioni continue, interrogatori sotto minaccia armata. Fra i minori recentemente restituiti figurano anche un diciassettenne interrogato con le armi puntate per la sua posizione filo-ucraina; una 16enne minacciata d’esser separata dalla madre; due fratelli di 15 e 13 anni miracolosamente sopravvissuti a un bombardamento; un bambino d’appena un anno e mezzo che le Forze armate russe avevano strappato alla madre; un ragazzino di 10 anni tenuto nascosto in casa dal padre per anni per sottrarlo all’assimilazione forzata.

In altri casi il meccanismo di coercizione si fa ancor più cupo. V’è per esempio Bohdan, 18 anni, contro il quale le forze dell’ordine russe avevano cercato di costruire un procedimento penale artificiale facendogli firmare documenti di cui non comprendeva contenuto e implicazioni. Un altro adolescente, anch’egli di nome Bohdan, sarebbe stato perfino inviato a una Commissione in un ospedale psichiatrico e iscritto ai registri militari dell’esercito russo. Un altro ancora, Maksym, 17enne con disabilità uditiva congenita, proveniva da una famiglia apertamente ucraina la cui casa era stata ripetutamente perquisita. Il Cremlino non si limita a deportare o a russificare. Punta a militarizzare. Prende bambini ucraini sottratti alle loro comunità, l’immerge nella propaganda, li convince che l’Ucraina sia il nemico e poi offre loro come orizzonte d’integrazione la fedeltà militare alla Russia.

Durante un’audizione al Senato degli Stati Uniti, l’esperta del Regional Center for Human Rights Kateryna Rashevska ha documentato 165 campi militari in cui i bambini ucraini vengono russificati e militarizzati. Alcuni di loro sarebbero stati inviati addirittura in Corea del Nord per attività di tipo militare. Se confermata nella sua interezza, una tale dinamica rappresenterebbe il passaggio dall’annientamento identitario alla preparazione funzionale del minore come strumento della guerra russa. Per questo le operazioni di rientro promosse attraverso “Bring Kids Back Ua” hanno un valore che supera il dato numerico, per quanto importante. Nelle ultime settimane l’Ucraina ha annunciato il ritorno di gruppi di 8, 16, 17 bambini e adolescenti, oltre a singoli casi particolarmente drammatici. Ogni rientro ci mostra in dettaglio le condizioni vissute da quei ragazzi e conferma la struttura del crimine. Parliamo d’un continuum coercitivo che dura dall’inizio della guerra. Cioè almeno dal 2014.

Durante uno scambio di prigionieri è tornato a casa anche Bohdan Kovalchuk, catturato a 17 anni mentre cercava di raggiungere Toretsk per completare gli studi e ottenere il diploma ucraino. Al posto di blocco fu arrestato dai russi e accusato di collaborare coi servizi segreti ucraini. È rientrato dopo nove anni. Nello stesso scambio è stato liberato anche l’ex sindaco di Kherson, Volodymyr Mykolayenko, che ha definito quello della liberazione il suo «secondo compleanno».

Ridurre tutto ciò a una questione umanitaria, pur gravissima, non basta. Siamo di fronte a un’operazione che combina occupazione territoriale, repressione culturale, separazione familiare, pressione psicologica e preparazione ideologica. La guerra che la Russia ha scatenato in Ucraina dura da così tanti anni che molti dei bambini rapiti tornano adulti. Ogni vita restituita ha un valore immensamente superiore alla sua singola biografia. Riguarda la memoria, la lingua e perfino l’idea stessa di patria che altri bambini porteranno con sé da adulti.

Di Giorgio Provinciali

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