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Né vincitori né vinti: il compromesso europeo sul gas russo

Il piano di transizione energetica impostato dall’Unione Europea è seriamente compromesso dalle scelte sul gas russo. Ma anche la Russia ha da rimetterci. È opportuno, dunque, trovare un compromesso senza cadere nelle minacce dello zar Putin.

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Il compromesso ipocritamente salomonico trovato tra Eni e Gazprom per evitare un’interruzione delle forniture di gas russo è una maniera creativa per rinviare un problema evidente: l’attuale “matrice energetica” europea priva il Vecchio Continente di vitale autonomia politica.

In sostanza, l’Unione europea aveva pianificato una transizione energetica dai combustibili fossili alle rinnovabili che passava per una lunga fase di transizione fondata sul gas, fonte assai meno inquinante del carbone e del gasolio, avendo tutti i membri di fatto rinunciato a puntare sul nucleare nel lungo termine.

La Francia, con consenso bipartisan, ha fatto “macchina indietro” sull’uscita dal nucleare, ma la Germania – con un governo che si basa sull’apporto dei Grunen – non sembra disponibile a una mossa analoga, per motivi politici e non tecnici, e l’Italia, avendo abbandonato completamente il nucleare dal secolo scorso, avrebbe bisogno di almeno un decennio per riprendere quel cammino, per motivi tecnici e non politici. In effetti, l’energia è un settore in cui le decisioni estemporanee sono di fatto impossibili, perché richiedono enormi investimenti che si ammortizzano in non meno di un ventennio.

La vera scelta necessaria, per l’Europa, passa per una seria revisione del piano di de-carbonizzazione con orizzonte 2050, includendo una eliminazione accelerata del ricorso al gas russo. Per l’Italia questo implica accordi alternativi con Algeria, Egitto e Qatar – che Draghi è stato rapido ad attivare – e una forte accelerazione delle rinnovabili, tagliando drasticamente le procedure autorizzative, come il governo ha cominciato finalmente a fare. Il problema vero è la Germania, che senza nucleare non può rinunciare allo stesso tempo al carbone e al gas russo.

Ovviamente, occorre non perdere di vista l’altra faccia della medaglia: la progressiva chiusura del mercato europeo obbligherà i russi a mettersi d’accordo con i cinesi e in situazione di monopsonio il prezzo lo farà il compratore. È questo il paradosso dell’iper-nazionalismo di Putin: per isolarsi dal rischio di una “contaminazione democratica” da parte occidentale, sposta il baricentro della Russia in Asia, in posizione subordinata al gigante cinese. L’intellighenzia russa è perfettamente conscia del rischio e ben poco compiaciuta dell’esito.

È dunque opportuno mandare a Mosca un messaggio chiaro: la rottura violenta è stata una scelta di Putin, non degli europei, e un cambio di regime a Mosca potrebbe riaprire le porte a interscambi che palesemente convengono a entrambi. Da parte nostra non c’è alcun desiderio di far guerra alla Russia e il peggior nemico degli interessi russi risiede nel Cremlino.

Fate voi, dunque, se potete.

 

di Ottavio Lavaggi

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