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Il tradimento del Memorandum di Budapest

Il tradimento del Memorandum di Budapest

Il Memorandum di Budapest, siglato 28 anni fa, è stato tradito. Quello del 5 dicembre 1994 fu “un accordo comodo a tutti, tranne che a l’Ucraina”. Oggi, ci sembra più che chiaro.
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Il tradimento del Memorandum di Budapest

Il Memorandum di Budapest, siglato 28 anni fa, è stato tradito. Quello del 5 dicembre 1994 fu “un accordo comodo a tutti, tranne che a l’Ucraina”. Oggi, ci sembra più che chiaro.
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Il Memorandum di Budapest, siglato 28 anni fa, è stato tradito. Quello del 5 dicembre 1994 fu “un accordo comodo a tutti, tranne che a l’Ucraina”. Oggi, ci sembra più che chiaro.
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Il Memorandum di Budapest, siglato 28 anni fa, è stato tradito. Quello del 5 dicembre 1994 fu “un accordo comodo a tutti, tranne che a l’Ucraina”. Oggi, ci sembra più che chiaro.

5 dicembre 1994: i leader di Ucraina (Kuchma), Usa (Clinton), Gran Bretagna (Major) e Russia (Eltsin) si riuniscono a Budapest per sottoscrivere lo storico memorandum in cui, a fronte della rinunzia da parte ucraina al proprio arsenale atomico e all’adesione al trattato di non proliferazione nucleare, gli altri firmatari s’impegnano a garantire l’indipendenza e la sovranità territoriale dell’ex repubblica sovietica. Ben 1.900 testate nucleari vengono così inviate alla Federazione Russa – che presenta il disarmo ucraino come unica soluzione possibile – per essere smaltite nei successivi tre anni. L’Ucraina all’epoca possiede il terzo arsenale nucleare al mondo. Un deterrente spaventoso, in grado di scoraggiare qualsiasi tentativo esterno d’aggressione.

5 dicembre 2022: la metropolitana di Kyiv è affollata di civili disperati, in cerca di un riparo sicuro dall’ennesima pioggia di missili russi che si è abbattuta sul Paese. Disattendendo ogni accordo siglato 28 anni prima, rimangiandosi vigliaccamente la parola data e violando quell’integrità che aveva invece formalmente promesso di garantirle, la Federazione Russa ha scagliato contro l’Ucraina più di 4mila missili in nove mesi. L’accordo – siglato quasi tre decadi fa e poi esteso a Francia e Cina a fronte di ulteriori garanzie – era strettamente vincolante per le parti. Il casus foederis impone infatti ai cofirmatari un intervento immediato a sostegno e difesa dell’Ucraina, qualora minacce d’ordine militare o economico ne minino l’integrità.

Per anni Putin ha portato avanti la tesi di una presunta intesa storica raggiunta con l’Occidente circa il futuro dell’Ucraina, rivendicando garanzie formali che la Federazione Russa avrebbe ricevuto durante i bilaterali Washington-Mosca e i colloqui “4+2” circa il supposto limite nell’espansione a Est della Nato. Come ammesso dallo stesso Gorbachev in un’intervista al “Daily Telegraph” del 7 maggio 2008, il documento scritto a cui fa riferimento Putin non è altro che la minuta di una conversazione con l’allora cancelliere tedesco Helmuth Kohl e l’ex segretario di Stato Usa James Baker, in cui si disse «Neanche un centimetro più a Est (della Germania, ndr.)». Nessun formale accordo scritto fu siglato. Tanto è vero che le richieste d’ingresso nella Nato avanzate da molte altre ex repubbliche sovietiche vennero accolte in quanto pienamente legittime.

«Il 5 dicembre 1994 fu firmato un accordo comodo a tutti, tranne che all’Ucraina» è la frase più ricorrente sui principali social ucraini. Rispecchia il sentimento popolare di chi – a fronte di un gesto così importante quale la rinuncia alla propria deterrenza nucleare – si è visto negato 14 anni dopo l’ingresso nell’Alleanza Atlantica, considerata oggi l’unica vera istituzione in grado di garantire pace, inviolabilità e sovranità territoriale ai Paesi membri. Proprio nell’anniversario di quel giorno in cui la pace fu ingannata con la resa delle armi, giunge un monito a chi ancora oggi scambia la pace con la resa: «Ingenui gli appelli alla pace. Finché Putin sarà al potere, l’unica soluzione possibile in Ucraina sarà militare». Parola di Irina Scherbakova. Russa e premio Nobel per la Pace.

 

di Giorgio Provinciali

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