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Prigozhin ammutinamento

Non colpo di Stato ma ammutinamento

Non colpo di Stato ma ammutinamento: Prigozhin più preoccupato di mantenere l’indipendenza del Wagner che di conquistare Mosca
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Non ci sono più i Pugaciòf di una volta. Il cosacco immortalato da Aleksandr Puškin nel romanzo “La figlia del capitano” aveva il difetto non indifferente di credersi la reincarnazione del defunto zar Pietro III, ma condusse la rivolta sua eponima per almeno due annetti del XVIII secolo. Evgenij Prigožin ha invece mollato il colpo dopo meno di ventiquattr’ore, lasciando tutti un po’ perplessi. Non che non abbia fatto fruttare il tempo, anzi.

Ha iniziato disintegrando le false narrative russe sulle cause della guerra russo-ucraina (nessun genocidio dei russofoni, nessun abbaiare della Nato, nessun attacco nemico imminente) e ha proseguito dimostrando che l’esercito russo è tutto intrappolato al fronte. Il Cremlino non ha usato neanche il vetusto T-34 apparso nell’ultima patetica parata del 9 maggio per rinforzare le linee della capitale, mentre la colonna dei mercenari comprendeva come minimo un carro armato trasportato su un autoarticolato per tenere il passo forzato della marcia.

Non sappiamo quale sia stata la dinamica della chiamata tra il bielorusso Lukašėnka e il patron del Gruppo Wagner che ha messo fine alla crisi e, a meno che il furbastro ex galeotto non abbia registrato la telefonata, difficilmente la sapremo mai. L’arrendevolezza di Prigožin dà però adito ad alcune ipotesi. Nelle sue iniziali bestemmie, ad esempio, il calvo bellicoso non aveva mosso critiche a Putin bensì a una presunta cricca di corrotti che lo mal consigliava. E quindi si è affrettato a chiarire come il suo non fosse un colpo di Stato mauna marcia della giustizia”.

Tutti, cinici e imbevuti di realpolitik, hanno preso le dichiarazioni per delle bugie di comodo e persino Putin gli aveva presto risposto dicendo che era un traditore, che voleva ripetere il 1917 (autogol da licenziamento in tronco dello speechwriter) e che questa operazione era «una coltellata alle spalle». E se invece Prigožin fosse stato sincero? Non è inverosimile infatti che al parvenu non interessasse affatto prendersi la Russia, uno Stato impegnato in una guerra paludosa e con delle finanze da incubo, quanto invece difendere il suo Gruppo Wagner. Il suo giocattolo. La sua fortezza.

Il Gruppo è stato infatti fondato su impulso del regime russo proprio per avere a disposizione un agente indipendente per perseguire gli interessi del Cremlino avendo la possibilità di negare – in maniera plausibile – qualsiasi collegamento. Prigožin aveva addirittura portato in tribunale la testataBellingcat” perché l’aveva associato al Wagner, prima che trovasse comodo il dipingersi da padre condottiero dei suoi tagliagole prezzolati. Vi è dunque la possibilità che la richiesta del Ministero della Difesa di mettere sotto contratto l’intera formazione sia stata vista da Prigožin come una minaccia esistenziale, da scongiurare con l’unico linguaggio efficace alle orecchie di Mosca: la violenza. La presunta lunga gestazione di questo ammutinamento militare – per usare quindi il termine più corretto a definire quanto successo ieri – certo getta un’ombra sinistra sui piani a lungo termine del capo dei wagneriti, ma oggi possiamo solo commentare ciò che è già compiuto e non quello che avverrà in futuro.

Intanto che Prigožin trascorrerà il suo mini esilio in Bielorussia, Lukašėnka ospiterà così nel suo territorio un uomo che – almeno in base alla reazione dei cittadini di Rostov sul Donsi è dimostrato ai russi come un contendente muscolare allo strapotere di Putin. Magari ricordando loro anche le vecchie rivolte cosacche, dove una banda armata poteva pretendere e guerreggiare la sua indipendenza dallo Zar.

Soltanto che stavolta ilcosacco” è un neofascista populista che governa un’associazione a delinquere transnazionale con profonde e dolorose ramificazioni in Africa. E forse è solo l’inizio.

 

di Camillo Bosco

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