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Russi fanatici indottrinati

Russi fanatici indottrinati

Ucraina: le immagini effettuate a Borodyanka evidenziano in maniera inconfutabile l’intenzione russa di eradicare i luoghi da ogni forma di vita e di civiltà
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Russi fanatici indottrinati

Ucraina: le immagini effettuate a Borodyanka evidenziano in maniera inconfutabile l’intenzione russa di eradicare i luoghi da ogni forma di vita e di civiltà
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Russi fanatici indottrinati

Ucraina: le immagini effettuate a Borodyanka evidenziano in maniera inconfutabile l’intenzione russa di eradicare i luoghi da ogni forma di vita e di civiltà
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Ucraina: le immagini effettuate a Borodyanka evidenziano in maniera inconfutabile l’intenzione russa di eradicare i luoghi da ogni forma di vita e di civiltà
Borodyanka – Superati i posti di blocco, al nostro ingresso in città vediamo un paese quasi completamente raso al suolo dai russi. Dopo aver visitato una per una tutte le infrastrutture, possiamo scrivere con assoluta certezza che a Borodyanka era impossibile colpire alcun obiettivo militare, semplicemente perché non c’erano altro che unità abitative e qualche piccola attività commerciale. L’entità dello sfacelo trova qui misura nello spazio e nel tempo: il paesaggio spettrale che si disvela metro dopo metro dinnanzi ai nostri occhi, nonostante l’anno e mezzo trascorso dalla liberazione di questi luoghi, inquadra bene un contesto incompatibile con la vita e difficilmente ricostruibile. Alzando lo sguardo dai segni tracciati per terra col gesso colorato dai bambini, ovunque vediamo cenere e macerie: i palazzi sventrati espongono gli interni delle abitazioni così com’erano più di 500 giorni fa, cioè quando i missili russi hanno fatto crollare quelle facciate. Le riprese che abbiamo effettuato evidenziano in maniera inconfutabile che l’intenzione dei russi era di eradicare da questi luoghi ogni forma non soltanto di vita ma anche di civiltà. Al suo passaggio il russkij mir ha spazzato via tutto.
 
«Quando sono arrivata dalla mia amica Vira, che tuttora mi ospita e mi ha aiutata a trovare un lavoro, puzzavo. Sono stata un’ora nella vasca da bagno per togliermi di dosso l’odore di morte, sangue, urina e polvere da sparo. Per settimane intere ho potuto soltanto strofinarmi addosso un po’ di neve e avevo dimenticato cosa fosse il profumo del sapone». Zhanna, 71 anni, racconta d’aver vissuto la notte del 27 febbraio 2022 come un incubo a occhi aperti: «Mi stavo preparando per andare al lavoro quando un’esplosione violentissima ha fatto crollare il muro fra la cucina e il bagno. Mio marito era a terra senza vita e io sanguinavo da un orecchio. Dal vuoto della facciata distrutta potevo intravedere i carri russi incedere sparando senza sosta contro ogni palazzo finché non collassava. Al seguito di tank, blindati e furgoni, i soldati russi scaricavano i loro mitragliatori contro qualsiasi cosa, persino i
monumenti». Camminando per Borodyanka non è difficile raccogliere testimonianze simili: «Qui sopra volavano gli elicotteri, sganciando bombe sui tetti dei palazzi. Nessuno immaginava che sarebbe stato un attacco così brutale. I russi sembravano zombie: mentre i corpi dei civili bruciavano dentro le auto, loro puntavano a ogni finestra senza ascoltare nessuna implorazione» ricorda Maria, singhiozzando di fronte a un enorme cratere. «Nemmeno la Germania nazista aveva provocato in Ucraina una simile catastrofe. Hitler voleva impossessarsi delle nostre ricchezze e di questi luoghi, non distruggerli. Ciò che fanno i russi non ha senso». Maria è un medico e ha vissuto l’occupazione prestando soccorso ai concittadini feriti. «Mi sono rifiutata di curare i soldati russi, tanto che un giorno per costringermi a farlo mi hanno fatta chiamare da un civile per poi sparargli mentre mi chiedeva di soccorrerlo». Come centinaia d’altre persone, anche lei dice d’aver chiuso ogni rapporto coi russi. «Indottrinati fin nel midollo di propaganda putiniana, sono fermamente convinti che l’attacco preventivo all’Ucraina fosse necessario per difendersi dalla minaccia della Nato e che tutto questo sia colpa degli Stati Uniti. Tanto da voler convincere anche me che l’orrore vissuto sia in realtà un ‘aiuto fraterno’»
Di Giorgio Provinciali

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