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Dopo Stalin e dopo Putin

Per Alexei Navalny se non s’interrompe l’autogenesi di questo imperialismo autoritario non si estirperà mai il cancro che affligge come una maledizione la Russia.
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Dopo Stalin e dopo Putin

Per Alexei Navalny se non s’interrompe l’autogenesi di questo imperialismo autoritario non si estirperà mai il cancro che affligge come una maledizione la Russia.
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Dopo Stalin e dopo Putin

Per Alexei Navalny se non s’interrompe l’autogenesi di questo imperialismo autoritario non si estirperà mai il cancro che affligge come una maledizione la Russia.
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Per Alexei Navalny se non s’interrompe l’autogenesi di questo imperialismo autoritario non si estirperà mai il cancro che affligge come una maledizione la Russia.
Le sanguinose lotte di potere successive alla morte di Stalin portarono alla formazione di un organismo che accentrava tutte le funzioni decisionali e operative svolte in Occidente da diverse istituzioni o appositi Ministeri. Fondato il 13 marzo 1954, attraverso una fitta rete di spie il Kgb era in grado di raggiungere chiunque e ovunque, non soltanto sul suolo sovietico. Nato come agenzia di servizi di sicurezza, includeva guardie di frontiera e polizia segreta in una ventina di direttorati e dipartimenti che controllavano l’informazione e ogni comunicazione in entrata e in uscita dal Paese. Gorbachev rappresentò una falla in quel sistema, tanto da minarne l’esistenza. Non a caso tra gli arrestati per il tentato colpo di Stato dell’agosto 1991 compariva il presidente del Kgb Vladimir Kryuchkov. Il ciclo esistenziale di Urss e Kgb si concluse quasi contestualmente. Il cosiddetto “club Eltsin” non operò però all’insegna della glasnost avviata da Gorbachev ma avviando il processo di ricostituzione del blocco sovietico. L’Fsb ereditò così le funzioni del Kgb e Putin, che ne era a capo, venne nominato primo ministro da Eltsin, che lo preferì a Boris Nemtsov. Putin e Kirill (ex Kgb) ne esercitano tuttora de facto il potere temporale, politico e spirituale. In un’inchiesta congiunta “Bellingcat”, “Bbc” e “The Insider” hanno acquisito i dati contenuti nel database “Magistral”, tra cui i nomi degli agenti Fsb coinvolti nell’omicidio di Nemtsov e nell’avvelenamento di Alexei Navalny, oppositore di Putin oggi recluso in una colonia penale di massima sicurezza. Quest’ultimo ha rilasciato da poco un’intervista epistolare al “Washington Post” in cui conferma quanto sopra dando un’interessante chiave di lettura sul futuro del proprio Paese. Navalny ripercorre dalle origini l’autentica ossessione – non solo di Putin, ma di tutto il regime revanscista sovietico – per l’annientamento dell’Ucraina, odiata per le scelte euroatlantiche ma ambita per quella ricchezza senza la quale l’impero russo non potrebbe mai ricostituirsi. Sia lui che Nemtsov, oppositori del colonialismo russo in Ucraina, hanno pagato a caro prezzo l’essersi ribellati a questo establishment proponendo un modello diverso da quello sostenuto dai successori dello zar: Medvedev e Patrushev, su tutti. Secondo Navalny, se non s’interrompe l’autogenesi di questo imperialismo autoritario non si estirperà mai il cancro che affligge come una maledizione la Russia. Eltsin ha avviato un errato modello di repubblica presidenziale, concentrando poteri enormi in un solo leader, oggi frontman di un sistema autarchico e corrotto. Navalny propone un modello differente: una repubblica parlamentare con un sistema giudiziario indipendente e maggiore autonomia agli enti locali, per decentralizzare quell’immenso potere. La mobilitazione parziale ha aizzato contro Putin centinaia di migliaia di russi e lo scambio degli alti ranghi del reggimento Azov con l’amico personale Medvedchuk ha fatto infuriare l’Fsb, di cui era figliuol prodigo. In Russia, il dopo-Putin è ormai realtà. Di Giorgio Provinciali

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