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Due Vladimir

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La politica degli insulti, quella di Vladimir Putin e Vladimir Soloviev. Gli sproloqui televisivi del conduttore non sono mai disallineati rispetto al dittatore

Vladimir

Due Vladimir

La politica degli insulti, quella di Vladimir Putin e Vladimir Soloviev. Gli sproloqui televisivi del conduttore non sono mai disallineati rispetto al dittatore

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Due Vladimir

La politica degli insulti, quella di Vladimir Putin e Vladimir Soloviev. Gli sproloqui televisivi del conduttore non sono mai disallineati rispetto al dittatore

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Soloviev, volto noto della televisione russa, è molto vicino a Putin e si chiama come lui: Vladimir. Quando parla nella sua trasmissione, che va in onda sul canale Rossija cinque giorni su sette, non parla a vanvera, soprattutto quando prende di mira qualche capo di governo o di Stato che difende l’Ucraina. Le sue parole, al netto degli insulti, potrebbero essere pronunciate dall’altro Vladimir. E anche se l’ambasciatore russo in Italia, Paramonov, sostiene che Soloviev «parla per sé», è difficile distinguere i due Vladimir.

Prendete l’ultimo attacco a Giorgia Meloni, definita «bestia fascista» (tralasciamo gli altri insulti): in cosa si distinguerebbe questa definizione dalla stessa idea del tiranno, secondo il quale Zelensky sarebbe né più né meno che un nazionalsocialista? Gli sproloqui televisivi del conduttore Vladimir non sono mai disallineati rispetto alla posizione politica del dittatore Vladimir. I due sono sintonizzati. Ciò che colpisce dell’insulto russo non è la cafonaggine ma il tempo: nel momento in cui il governo italiano si distingue da Trump e non solo tiene ferma la sua posizione sull’Ucraina in difesa della democrazia e del popolo ucraino ma la rafforza facendo cadere la pregiudiziale Onu per attivare il gruppo dei Volenterosi, ecco che scatta l’insulto in diretta televisiva.

L’insulto non è mai né un incidente né un accidente. Gli insulti non sono casuali. Hanno una logica. Giorgia Meloni è finita nel mirino dei russi per essere isolata sia sul piano internazionale sia sul piano nazionale. La volgarità degli insulti – che qui non si ripetono per non fare il gioco dell’aggressore – è in linea con la cifra demagogica dei tempi, che dà il meglio/peggio di sé nella comunicazione orizzontale dell’universo social.

Non sappiamo se Vladimir Soloviev sia un lettore del filosofo tedesco Schopenhauer, che si dilettò di argomentare su “L’arte di insultare” (Adelphi). Tendiamo a escluderlo. Una cosa è certa: Soloviev sa che quando si è deboli sul piano delle idee è bene passare all’attacco prendendosela direttamente con il contendente. Cosa, questa, che in verità i russi hanno sempre messo bene in pratica. Tuttavia, non bisogna nemmeno credere che l’arte di insultare del sodale di Putin sia rivolta esclusivamente alla Meloni. Il suo scopo (o uno dei suoi vari scopi) è quello di alimentare una logica dell’insulto che è ben presente in Italia, nel mondo social, nella pubblicistica e anche nel giro dei talk show. Se sono gli stessi italiani che ricorrono agli insulti – ora facendosi la guerra fra di loro, ora rivolgendosi in malo modo a leaders stranieri (ci sono casi celebri sui quali stendiamo un velo pietoso) – allora per il depistatore e disinformatore russo sarà un gioco da ragazzi insultare facendo credere di essere soltanto maleducato.

Qui tutto torna: il tempo, la logica, la volgarità. Persino le parole dell’ambasciatore russo, che distinguono in modo pedante fra singoli cittadini e rappresentanti dello Stato, combaciano alla perfezione con la situazione come le tessere di un puzzle. Peccato che il mosaico salti quando – per fare un esempio – si consideri che Sergio Mattarella è presente sul sito del Ministero russo degli Esteri come esemplificazione di un «linguaggio d’odio». Ancora una volta ciò che emerge è la extrema ratio a cui faceva riferimento Schopenhauer e, in verità, anche il popolino: se l’interlocutore è più forte di te sul piano ideale-morale, allora attaccalo personalmente e ricorri agli insulti e alle menzogne.

All’arte di insultare risponde “L’arte di farsi rispettare” (anche questo trattatello fu scritto da Schopenhauer ed è edito da Adelphi), che nel nostro caso riguarda la fedeltà ai princìpi democratici che ci portano a difendere l’Ucraina e lo svelamento della disinformazione russa che gioca volontariamente su due tavoli: politico-militare e civile-culturale.

Di Giancristiano Desiderio

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