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Duro messaggio di Trump agli irriducibili Pasdaran. Il dado è tratto sull’Iran

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Donald Trump definisce l’attacco all’Iran un’“operazione”, promette amnistia a chi si arrende e minaccia “morte certa” in caso di resistenza. Teheran annuncia ritorsioni

Duro messaggio di Trump agli irriducibili Pasdaran. Il dado è tratto sull’Iran

Donald Trump definisce l’attacco all’Iran un’“operazione”, promette amnistia a chi si arrende e minaccia “morte certa” in caso di resistenza. Teheran annuncia ritorsioni

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Duro messaggio di Trump agli irriducibili Pasdaran. Il dado è tratto sull’Iran

Donald Trump definisce l’attacco all’Iran un’“operazione”, promette amnistia a chi si arrende e minaccia “morte certa” in caso di resistenza. Teheran annuncia ritorsioni

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Ora che il dado è stato tratto non sul fiume Rubicone bensì sull’intero Iran, sarebbe utile capire l’obiettivo che l’amministrazione Trump vuole raggiungere con questo vasto uso della forza militare. Intanto è utile sottolineare che il presidente statunitense, nel suo discorso di annuncio, ha parlato di «importante operazione di combattimento» e non di guerra. Questi eufemismi non sono però proprietà soltanto del dittatore della Russia. Infatti l’ultima dichiarazione di guerra degli Stati Uniti fu pronunciata contro il Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale, visto che le leggi internazionali rendono le dichiarazioni formali di guerra un incubo del diritto. E anche George W. Bush inquadrò l’invasione dell’Iraq come una «operazione militare». Come Bush, anche Trump accusa l’Iran di rappresentare una fonte di «attività minacciose mettono direttamente in pericolo gli Stati Uniti, le nostre truppe e le nostre basi all’estero, e i nostri alleati in tutto il mondo». In pratica è il conto di 47 anni di canti “Morte all’America!” che da sempre scandiscono i raduni del regime iraniano.


La lista delle colpe iraniana è sia lunga che facile da stilare: finanziamento del terrorismo internazionale, ambiguità sullo sviluppo delle armi nucleari, repressione sanguinaria del dissenso interno. Difficile da sbagliare persino per la crassa attitudine trumpiana verso i rapporti esteri. «Abbiamo cercato ripetutamente di raggiungere un accordo», rivendica l’autore del libro “The Art Of The Deal”. «Ci abbiamo provato. Volevano farlo. Non volevano farlo. Di nuovo, volevano farlo. Non volevano farlo». La descrizione è quella di una vera a proprionazione canaglia: «Invece,hanno tentato di ricostruire il loro programma nucleare (dopo l’operazione Martello di Mezzanotte, ndr.) e di continuare a sviluppare missili a lungo raggio che ora possono minacciare i nostri ottimi amici e alleati in Europa». Europa che, come dimostrano anche dichiarazioni passate del cancelliere tedesco Friedrich Merz, sapeva come prossimo alla fine il tempo del regime degli ayatollah.


Una postura severa, quella statunitense, che arriva ad appellarsi direttamente al popolo iraniano. Nei giorni scorsi d’altronde erano ricominciate le manifestazioni degli universitari contro lo strapotere del clero sciita e dei pasdaran armati che ne sono pretoriani, mentre l’eco dei fallimenti dei bazari (i commercianti) è arrivato persino nei contenuti dei fumettisti iraniani. Nel suo discorso Trump ha promesso il suo appoggio sia alla società civile che vuole rovesciare l’ayatollah seyyed ʿAli Hoseyni Khamenei, sia a quei membri del regime che decideranno di cedere le armi. La parola «amnistia totale» viene citata direttamente, anche se i Guardiani della rivoluzione sanno che quello che verrà perdonato dagli Stati Uniti difficilmente sarà invece dimenticato dai loro concittadini. In caso di resistenza, Trump promette invece «morte certa e bombe che cadranno ovunque». Alternative chiare, quanto meno.
Difficilmente però il sistema clerico militare che strangola l’economia iraniana cederà a tali lusinghe. Mentre arrivano le prime notizie – non verificate ma plausibili – sulle perdite tra i ranghi degli ufficiali di Teheran (è stata riportata addirittura l’eliminazione del comandante delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammad Pakpour, e del ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh), i toni dei pasdaran rimangono di sfida.

La retorica è quella di vittoria o martirio, simile alla postura dimostrata da Hamas nei recenti scontri (altrettanto disperati) contro Israele. Il generale Abolfazl Shekarchi, portavoce ufficiale delle Forze armate iraniane unificate, ha definito le minacce di Trump come fanfaronate e fantasie: tutti gli obiettivi statunitensi nell’area sono stati dichiarati legittimi e soggetti alla ritorsione missilistica. Una prima ondata estesa di attacchi con ordigni balistici e droni dovrebbe essere già partita, ma ci vorranno alcune ore per una valutazione precisa della sua efficacia. Il Consiglio Supremo iraniano di Sicurezza Nazionale ha fatto eco a questa risposta muscolare (quantomeno sul piano comunicativo), rimarcando che non esistono linee rosse per la vendetta proporzionata che può esigere Teheran.
Soltanto quando la prima polvere si sarà posata, si potrà stabilire chi fra i belligeranti è davvero preda di fanfaronate e fantasie.

Di Camillo Bosco

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