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Eloquente silenzio cinese

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Nella geografia di alleanze di Vladimir Putin colpiscono le presenze e la vicinanza a Mosca di alcuni e le assenze di altri. L’analisi di Massimiliano Lenzi

Eloquente silenzio cinese

Nella geografia di alleanze di Vladimir Putin colpiscono le presenze e la vicinanza a Mosca di alcuni e le assenze di altri. L’analisi di Massimiliano Lenzi

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Eloquente silenzio cinese

Nella geografia di alleanze di Vladimir Putin colpiscono le presenze e la vicinanza a Mosca di alcuni e le assenze di altri. L’analisi di Massimiliano Lenzi

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Compagno Kim Jong-un? Presente. Amico Alexander Lukashenko? Presente. Amico speciale Xi Jinping? Assente. Nella geografia di alleanze di Vladimir Putin, in questi giorni in cui le forze ucraine sono penetrate nel territorio russo, colpiscono le presenze e la vicinanza a Mosca di alcuni e le assenze di altri. Soprattutto di uno, Xi Jinping, il presidente cinese. Da Pechino sinora non è arrivata infatti una parola degna di tale nome sull’avanzata ucraina in territorio russo. Il che, unito a una certa presa di distanza del Dragone dal destino del presidente venezuelano Maduro (sostenuto soprattutto dalla Russia di Putin), potrebbe suonare come un messaggio allo zar da parte dell’amico speciale cinese: è l’ora di arrivare a una tregua nel conflitto in Ucraina. Vedremo nelle prossime ore e nei prossimi giorni se Xi Jinping prenderà un’esplicita posizione sull’andamento della guerra fra Russia e Ucraina. Quel che è certo a oggi è che Putin può contare soprattutto su Corea del Nord e Bielorussia. Il leader nordcoreano ha scritto un telegramma al presidente russo che recita così: «Il compagno Kim Jong-un ha espresso la sua ferma fiducia che il convinto popolo russo, sotto l’energica guida del compagno Putin, difenderà risolutamente i diritti sovrani e gli interessi di sicurezza dello Stato e vincerà sicuramente la guerra santa per raggiungere la pace nella regione e giustizia internazionale». Kim si è messo a dettare nel giorno dell’anniversario dell’indipendenza del suo Paese dal dominio giapponese, il giorno di Ferragosto, ribadendo la stretta alleanza con Putin. Dove veda la guerra santa per raggiungere la pace, sul versante russo, resta un mistero.

Se poi dalla Corea del Nord ci spostiamo in Bielorussia, ecco che troviamo un altro alleato di Putin che si è già espresso a sostegno di Mosca, pur usando parole meno roboanti di Kim Jong-un. Il suo nome è Alexander Lukashenko. In un’intervista all’emittente di Stato russa Vgtrk, Lukashenko ha usato argomenti degni della vecchia Unione Sovietica: il conflitto fra Russia e Ucraina è tutta colpa dell’Occidente. Secondo il presidente bielorusso sono loro – gli occidentali – «ad avere bisogno» di questo conflitto e non i popoli ucraino e russo. Poi ha aggiunto: «Non vogliamo un’escalation e una guerra contro l’intera Nato, ma se si arriva a questo non avremo altra scelta: non appena qualcuno oltrepasserà il confine di Stato, la risposta sarà immediata. Non useremo alcuna arma finché non metteranno piede sul nostro territorio». Con l’aggiunta però che – se lo sconfinamento in Bielorussia avvenisse – l’uso di armi nucleari tattiche sarebbe un’opzione possibile.

Detto ciò, Lukashenko ha esortato Ucraina e Russia a «sedersi al tavolo dei negoziati e porre fine» alla guerra. Il fatto è che non può essere certo lui (e neppure Kim Jong-un) a far sedere Mosca e Kiev a un tavolo per una tregua. La Cina, lei sì, potrebbe avere invece un ruolo. E il silenzio di questi giorni potrebbe essere la premessa a una prossima mossa di Pechino.

Di Massimiliano Lenzi

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