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Famiglie armanti  

La storia di Ivan, chiamato a rimpinguare il contingente bellico senza le dotazioni adatte per la guerra, e la famiglia che si indebita per aiutarlo sul fronte.

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Chernivtsi – Mentre in Italia si dava ampio spazio nei salotti televisivi a propagandisti russi, filoputiniani nostrani e pacifinti da ogni dove – tutti impegnati a sbrodolare sentenze circa l’utilità delle sanzioni o dell’invio di armi – qui c’era chi, come Ivan, s’è dovuto arrangiare come meglio ha potuto per vender cara la pelle. L’esercito permanente era molto ben addestrato ed equipaggiato, ma i ragazzi che come lui sono stati precettati e poi chiamati a rimpinguare il contingente bellico non hanno ricevuto chissà quale dotazione. È bene ricordarlo, soprattutto a chi pensa che con i nostri pacchetti d’aiuti stiamo armando fino ai denti anche i contadini di Bukovel.

Come molti altri militari, Vania (diminutivo di Ivan) svolgeva un altro lavoro. È stato chiamato, ha lasciato tutto e si è sposato in seconde nozze la settimana prima di partire per il fronte. Una mimetica sottile e un’arma parecchio datata: questo l’equipaggiamento con cui avrebbe dovuto lanciarsi contro l’orda rascista. In mezzo alla neve, a più di venti gradi sottozero. Per scarponi, giubbetto antiproiettile, passamontagna, berretto, guanti, indumenti caldi e qualche minima protezione individuale avrebbe dovuto arrangiarsi. Non ha avuto neppure il kit di pronto soccorso con tourniquet, emostatici, antidolorifici e garze. Non lavorando, è toccato ai familiari sostenere ulteriori sacrifici, in un momento già difficilissimo, per aiutarlo. Trovare un giubbotto antiproiettile nei primi giorni dell’invasione era quasi impossibile. Lo si è recuperato a un prezzo altissimo grazie a collette di amici, telefonate e viaggi parecchio pericolosi. Per saperlo più protetto e meno esposto, la sua famiglia ha deciso di comprarne anche altri per alcuni suoi commilitoni.

Mentre sposto un grosso generatore di corrente a benzina per far fronte alle continue interruzioni di energia elettrica, incrocio lo sguardo triste di Alla, sua sorella, che fin da subito si era unita ai volontari della resistenza. Alcuni di loro erano stati a Bucha, subito dopo la ritirata russa. Chi ha visto l’orrore di quella mattanza – consumata tra stanze della tortura ed esecuzioni sommarie, stupri e violenze inaudite persino sui cadaveri dei bambini – non sarà mai più lo stesso. È giusto ricordarlo a chi, dall’Italia, ha provato a confutare anche quell’orrore.

Quando Vania è stato passato da mitragliere a sniper, Alla s’è indebitata per acquistare un fucile di precisione che consentisse al fratello di non avvicinarsi troppo alle linee di tiro nemico, come altrimenti sarebbe stato costretto usando quello in dotazione. Molte altre famiglie hanno fatto lo stesso. Dopo 15 giorni di silenzio assoluto, durante i quali era stato imposto ai soldati di non accendere il cellulare per non essere tracciati, Ivan l’ha chiamata. Indossava le cuffie antirumore. «Ho solo pochi secondi, fammi vedere il bambino». Poteva essere l’ultima volta in cui vedeva il figlio Sasha, che la sorella aveva salvato qualche mese prima da sotto le macerie, con un viaggio terrificante tra zone minate e palazzi sventrati dai missili russi. Una lacrima bagnava il passamontagna. Vania ha chiuso, replicando solo a gesti. Dietro di lui un inferno di polvere e calcinacci. La controffensiva era partita.

Di Giorgio Provinciali

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