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Il fronte è ora lo Stretto di Hormuz. Il giallo delle mine

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Sono tre le navi colpite nelle ultime ore. Difendere lo stretto di Hormuz è di vitale importanza

Trump

Il fronte è ora lo Stretto di Hormuz. Il giallo delle mine

Sono tre le navi colpite nelle ultime ore. Difendere lo stretto di Hormuz è di vitale importanza

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Il fronte è ora lo Stretto di Hormuz. Il giallo delle mine

Sono tre le navi colpite nelle ultime ore. Difendere lo stretto di Hormuz è di vitale importanza

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Il tema è sul tavolo: difendere il vitale traffico petrolifero nello stretto di Hormuz, direttamente minacciato dalla reazione iraniana agli attacchi di Stati Uniti e Israele e oggi a concreto rischio di strangolamento.
Oltre gli attacchi missilistici, infatti, si farebbero sempre più evidenti i danni causati dalle mine nel braccio di mare da cui passa tanto del greggio mondiale.

Solo nelle ultime ore, si è avuta notizia di tre navi colpite, forse proprio dal passaggio su ordigni sommersi.

La sola comunicazione, anche in parte fraintesa, del punto fatto martedì da Gran Bretagna, Germania e Italia ha innescato voci e speculazioni. Scortare le petroliere significherebbe inviare unità militari in zona di guerra, esponendole al rischio concreto di finire volontariamente o anche per sbaglio sotto il fuoco della reazione iraniana. Basti pensare al missile che ha raggiunto ieri la base Erbil, in Iraq, dove si trovano anche militari italiani. Per fortuna, senza alcun danno ai nostri uomini.

Non si può fare e neppure dire: infatti la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ne ha fatto il minimo cenno nella sua informativa di ieri in Parlamento. Il capo del governo ha nell’occasione ribadito il concetto: “L’Italia non è in guerra e non ha intenzione di entrare in guerra”. Parlava, però, dell’utilizzo delle basi militari statunitense nel nostro Paese, evitando accuratamente cenni alla questione di Hormuz, per quanto pressante.

L’Iran minaccia di far schizzare il prezzo a 200 $ al barile: un modo per affondare le rassicuranti parole di 48 ore prima di Trump.
Quest’ultimo, intanto, dice che “La guerra finirà presto”. In verità, lo ripete, ma la confusione è massima.

La nuova Guida suprema iraniana Mojtaba Khamemei, figlio del defunto Ali, è diventato l’obiettivo N.1. Sulla sua schiena è stato piazzato un gigantesco bersaglio e americani israeliani sono già arrivati a un passo dall’eliminarlo. Lo hanno ferito, come sono stati costretti a confermare lo stesso figlio del presidente Pezeshkian e la televisione di stato.

Nessuna sorpresa: si continua come si è cominciato. Non c’è la dichiarazione esplicita di voler arrivare a un cambio di regime, perché si è consapevoli che i soli attacchi dal cielo non saranno mai sufficienti, pertanto si continua a martellare senza sosta il Paese e soprattutto a cercare (riuscendoci) di far sentire leader vecchi e nuovi in costante pericolo di vita. Per costringerli a trattare e compiere qualche gesto se non di sottomissione – ad oggi impronosticabile – almeno di accondiscendenza ai piani della Casa Bianca.

È la “soluzione venezuelana”, che per il momento non si vede.


Siamo costretti a ripeterci: in questo schema, i destini del popolo iraniano, delle ragazze e dei ragazzi che hanno pagato a migliaia con la vita il loro anelito di libertà, semplicemente spariscono. Non contano. Non esistono.

Di Fulvio Giuliani

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