Il trilaterale di Teheran tra Putin, Erdogan e Raisi
| Esteri
I protagonisti di Teheran sono tre dittatori, tutti a modo loro: la Turchia di Erdogan, la Russia di Putin e l’Iran di Raisi. Un trilaterale fatto di reciproci interessi che noi, in Italia, chiameremmo ‘cosca’.
Il trilaterale di Teheran tra Putin, Erdogan e Raisi
I protagonisti di Teheran sono tre dittatori, tutti a modo loro: la Turchia di Erdogan, la Russia di Putin e l’Iran di Raisi. Un trilaterale fatto di reciproci interessi che noi, in Italia, chiameremmo ‘cosca’.
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Il trilaterale di Teheran tra Putin, Erdogan e Raisi
I protagonisti di Teheran sono tre dittatori, tutti a modo loro: la Turchia di Erdogan, la Russia di Putin e l’Iran di Raisi. Un trilaterale fatto di reciproci interessi che noi, in Italia, chiameremmo ‘cosca’.
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AUTORE: Giorgio Provinciali
Il trilaterale di Teheran ha visto protagonisti tre dittatori: l’iraniano Ebrahim Raisi, il suo omologo turco Recep Tayyip Erdoğan e Vladimir Putin per la Federazione Russa. Essenzialmente, l’incontro ha fatto emergere la necessità di assicurarsi determinate garanzie reciproche, facendo come si suol dire “tappetino” con le vecchie polveri.
Ali Vaez, direttore dell’International Crisis Group per l’Iran, riassume: «La Russia e l’Iran ancora non si fidano l’una dell’altra, ma ora hanno bisogno l’una dell’altra più che mai. Questa non è più una partnership di scelta, ma un’alleanza per necessità». Raisi, a un anno esatto dall’esito di quelle elezioni-farsa che lo hanno confermato alla guida di un Paese vessato da ormai 4 decenni di dittatura del terrore, intende procedere spinto nel programma nucleare e per farlo deve avere il silenzio-assenso omertoso dell’altra metà del mondo.
A Putin non servono soltanto i droni iraniani ma anche un nemico giurato contro cui far fronte comune e un affarista disposto a mercanteggiare nuovi business fuori piazza. Secondo i rapporti iraniani, la Federazione Russa avrebbe già suggellato tramite Gazprom un accordo vincolante da 40 miliardi di dollari per sviluppare giacimenti di gas e petrolio in Iran.
Il marchio di fabbrica della politica estera di Erdoğan è il doppio gioco. Non sorprenderà in tal senso la richiesta di adesione turca al Brics già durante il prossimo vertice di Johannesburg. Secondo “Bloomberg”, le esportazioni della Turchia verso la Russia toccano oggi 6,5 miliardi di dollari e le importazioni 29, da cui derivano anche il 45% degli acquisti di gas naturale e petrolio. Numeri ragguardevoli, tanto che durante l’incontro di Teheran è stata vagliata l’opportunità di sostituire il dollaro con lira e rublo, per avvantaggiare le imprese russe e turche negli interscambi commerciali tra i due Paesi. Putin sarebbe inoltre intenzionato ad abbandonare il sistema Swift. Già a marzo Raisi si era detto favorevole all’ingresso nel sistema russo Mir, in cui da tempo è inclusa anche la Turchia.
Tutti i Paesi sono militarmente attivi nella guerra in Siria, ma su fronti diversi. La Russia e l’Iran cooperano in aiuto del presidente Bashar al-Assad (che ha recentemente riconosciuto anche l’indipendenza delle autoproclamate “repubbliche” di Luhansk e Donetsk) mentre la Turchia sostiene insieme agli Usa i ribelli di Idlib che cercano di rovesciarne il potere.
C’è poi la questione Nato. Durante il trilaterale, Raisi ha sostanzialmente riconosciuto la legittimità dell’aggressione russa in Ucraina come difesa preventiva alla minaccia occidentale rappresentata dall’Alleanza Atlantica, di cui però la Turchia fa parte. Riassumendo: Biden vola in Arabia Saudita per rinsaldare una partnership strategica in grado di limitare il programma nucleare iraniano e ribadisce che «l’unica cosa peggiore dell’Iran che esiste ora è un Iran con armi nucleari». Qualche giorno dopo Erdoğan, alleato di Biden, vola in Iran per stringere la mano a Raisi.
Teheran ha visto aggregarsi quegli elementi criminali uniti da vincoli e rapporti di affinità che in Italia definiamo “cosca”: c’era chi ha iniziato e chi si dice intenzionato a mediare per chiudere.
di Giorgio Provinciali
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