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In Etiopia è stato di emergenza

Situazione umanitaria in rapido deterioramento in Etiopia. L’offensiva dei ribelli tigrini preoccupa il governo centrale mentre la popolazione è stremata dal conflitto.

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«Siate pronti a utilizzare le armi». Così il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed Ali, 44 anni, premio Nobel per la pace nel 2019 per aver messo fine alla guerra con la vicina Eritrea, durante l’ultimo comizio ad Addis Abeba. Il drammatico appello, rivolto alla popolazione, è di schierarsi contro i ribelli del Tigray, che già il 28 giugno avevano conquistato Makallé, capoluogo della regione del Nord, dopo otto mesi di conflitto. La sconfitta aveva costretto il governo centrale a un cessate il fuoco unilaterale e l’esercito, sostenuto da milizie amhara e soldati eritrei, alla ritirata. Le milizie del Tplf (Fronte popolare di liberazione tigrino) hanno però proseguito l’avanzata verso Sud e negli ultimi giorni hanno conquistato Dessiè e Kombolcha, due città strategiche sulla via per la capitale. Notizia smentita dal governo, che intanto ha proclamato lo stato di emergenza.

L’Etiopia, secondo Paese più popoloso dell’Africa e sede degli uffici dell’Unione africana, rischia di scivolare in una sanguinosa guerra civile. Ad agosto i ribelli tigrini si sono alleati con l’Esercito di liberazione dell’Oromia, organizzazione per l’autodeterminazione degli oromi, il gruppo etnico più numeroso nel Paese. L’intesa ha consentito al Fronte di liberazione tigrino di conquistare anche la strada che collega Addis Abeba al porto di Gibuti, il più importante scalo marittimo dell’intera regione del Corno d’Africa.

Celebrato dai leader occidentali e popolare in patria, all’inizio del suo mandato nel 2018 Ahmed ha provato democratizzare l’Etiopia. Riforme scritte sul “Medemer”, il suo manifesto politico, con cui si provava a superare il lungo e controverso dominio (25 anni) di Meles Zenawi, l’ultimo ‘uomo forte’ di Addis Abeba. L’auspicato rafforzamento federale di Ahmed Ali, però, si è rapidamente trasformato in un neoimperialismo mancato.

Alle elezioni di giugno il Prosperity Party, il partito del primo ministro, ha conquistato una schiacciante vittoria e il mese scorso Ahmed Ali ha prestato giuramento per un secondo mandato. L’avanzata dei ribelli del Tigray potrebbe cambiare i programmi. Anche se il portavoce dell’organizzazione ha fatto sapere che attualmente «una marcia verso Addis Abeba» non è nei piani, le forze governative hanno ripreso i bombardamenti su Makallé e hanno escluso una soluzione negoziale.

Nel Paese ci sono circa ottanta gruppi etnici: l’aggravarsi e la regionalizzazione dei combattimenti (il governo centrale è sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti mentre l’Egitto osserva con particolare interesse la Gerd, l’enorme e controversa diga che l’Etiopia sta realizzando sul fiume Nilo Azzurro) ricorda la violenza delle guerre nei Balcani.

«Il conflitto del Tigray è caratterizzato da un’estrema brutalità», rivela un’indagine congiunta della Commissione etiope e dell’Ufficio dell’Onu per i diritti umani. Nel frattempo la situazione umanitaria è in rapido deterioramento. Secondo le Nazioni Unite, da novembre 2020 gli scontri hanno causato oltre 2,7 milioni di sfollati interni e circa centomila profughi, fuggiti nel vicino Sudan (a fine ottobre teatro di un colpo di Stato militare).

Gli eserciti etiope ed eritreo sono stati accusati di ‘pulizia etnica’ e di affamare la popolazione. Ma crimini di guerra e violazioni dei diritti umani potrebbero esser stati commessi anche dagli insorti tigrini – si legge nel rapporto delle Nazione Unite – in cui i civili vengono definiti «in trappola». Non basteranno semplici e ripetuti appelli per porre fine alle ostilità e per un cessate il fuoco duraturo.

 

di Mario Bonito

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