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Iran: una settimana, un giorno, nessuna strategia

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Una settimana dopo l’inizio dell’attacco di Usa e Israele all’Iran, possiamo dire con solide motivazioni che nel primo giorno sono accaduti i fatti di rilevanza strategica. Poi ci si è persi in un conflitto i cui confini in questo momento è pressoché impossibile definire

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Iran: una settimana, un giorno, nessuna strategia

Una settimana dopo l’inizio dell’attacco di Usa e Israele all’Iran, possiamo dire con solide motivazioni che nel primo giorno sono accaduti i fatti di rilevanza strategica. Poi ci si è persi in un conflitto i cui confini in questo momento è pressoché impossibile definire

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Iran: una settimana, un giorno, nessuna strategia

Una settimana dopo l’inizio dell’attacco di Usa e Israele all’Iran, possiamo dire con solide motivazioni che nel primo giorno sono accaduti i fatti di rilevanza strategica. Poi ci si è persi in un conflitto i cui confini in questo momento è pressoché impossibile definire

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“Una settimana, un giorno” cantava Edoardo Bennato decenni or sono. Una settimana dopo l’inizio dell’attacco di Usa e Israele all’Iran, possiamo dire con solide motivazioni che nel primo giorno (primissime ore, in realtà) sono accaduti i fatti di rilevanza strategica, quelli oggettivamente in grado di cambiare il quadro e poi ci si è persi in un conflitto i cui confini in questo momento è pressoché impossibile definire.

All’avvio di “Epic Fury” è stato individuato, colpito ed eliminato Ali Khamenei

All’avvio di “Epic Fury” è stato individuato, colpito ed eliminato Ali Khamenei. Il regime iraniano è stato decapitato all’istante, perché con la Guida suprema sono stati uccisi a decine fra leader, generali e comandanti di vario tipo, specializzazione e grado.

In quelle ore, il popolo iraniano – per essere sempre attenti e precisi, quella parte che da anni sogna la libertà e la vita e senza mai dimenticare che i sostenitori del regime esistono e non sono pochi – scende in piazza, urla dai balconi, manifesta la propria gioia via social, se fuoriuscito o costretto alla fuga. Il mondo assiste a bocca aperta, cerca di capire e reagire in qualche modo.

Da sabato scorso a questo sabato, però, ci si è incamminati in un circolo vizioso che conosciamo bene quando una guerra comincia senza una strategia chiara, un obiettivo definito.

In Iran l’eliminazione fisica del grande capo non si è rivelata di per sé sufficiente a far collassare il regime

L’eliminazione fisica del grande capo, colpo come già sottolineato di indiscutibile valore strategico, non si è rivelata di per sé sufficiente a far collassare il regime e quindi a raggiungere quel grande obiettivo “esistenziale” per usare un’espressione cara al leader israeliano Benjamin Netanyahu.

Nella settimana turbolenta che ne è seguita, l’area del Golfo Persico e degli Emirati si è incendiata. L’opulenta Dubai ha conosciuto il sapore metallico della paura ed è stata costretta a schierare i suoi tragicomici influencer del lusso per dire a tutti che “business as usual”.

Solo che Dubai non è e non sarà mai Londra, dove quell’orgoglioso motto prese vita sotto le bombe di Hitler. Grazie al cielo, perché gli Emirati non stanno vivendo neppure lontanamente quello che passarono gli inglesi sotto le bombe tedesche del Blitz, ma anche perché gli emiri stanno a Churchill e ai campioni della democrazia come noi alla fisica quantistica. Altro elemento che si inserisce nel quadro e lo rende ancor più confuso e indecifrabile.

Abbiamo 25 miliardi di dollari mal contati di petrolio e gas bloccati nello stretto di Hormuz, le Borse sulle montagne russe, le cancellerie spiazzate, indecise e un bel po’ spaventate. Un bel bilancio, non c’è che dire.

di Fulvio Giuliani

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