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Israele, il “modello Gaza” arriva in Libano?

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Il piano di Israele per il Libano: tre zone e molti interrogativi. La strategia di Ron Dermer ridisegna il sud del Paese tra obiettivi militari e rischi umani

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Israele, il “modello Gaza” arriva in Libano?

Il piano di Israele per il Libano: tre zone e molti interrogativi. La strategia di Ron Dermer ridisegna il sud del Paese tra obiettivi militari e rischi umani

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Israele, il “modello Gaza” arriva in Libano?

Il piano di Israele per il Libano: tre zone e molti interrogativi. La strategia di Ron Dermer ridisegna il sud del Paese tra obiettivi militari e rischi umani

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Un piano attribuito all’ex ministro israeliano degli Affari Strategici Ron Dermer propone una nuova configurazione del Libano meridionale, con l’obiettivo dichiarato di disarmare Hezbollah. La strategia si fonda su una divisione geografica del Paese in tre aree operative, ridefinendo in modo significativo gli equilibri lungo il confine tra Israele e Libano e sollevando interrogativi profondi sul piano politico, militare e umanitario.

Israele e il Libano: la prima zona

La prima zona è delimitata da una cosiddetta “linea gialla”, tracciata da Naqoura fino all’entroterra orientale, per una profondità stimata di circa 7-8 chilometri. In questa fascia Israele prevede una presenza militare diretta e prolungata, che verrebbe mantenuta fino alla completa eliminazione della minaccia rappresentata dal gruppo sciita. Tuttavia, l’assenza di una tempistica chiara rende questa condizione estremamente ambigua: senza una scadenza definita, il rischio concreto è quello di una permanenza a tempo indeterminato. In termini pratici, ciò potrebbe tradursi non solo in un controllo militare stabile, ma anche nello sfollamento forzato di intere comunità che vivono in quest’area, con conseguenze sociali e umanitarie difficili da sostenere nel lungo periodo.

Un elemento rilevante è il parallelo con quanto avviene a Gaza. Anche lì esiste una fascia di sicurezza lungo il confine, controllata militarmente e caratterizzata da forti restrizioni alla presenza civile. Il richiamo a questo modello suggerisce una possibile replicazione di dinamiche già sperimentate, con tutte le criticità che ne derivano in termini di diritti, accesso al territorio e stabilità.

La seconda zona

La seconda zona prevista dal piano si estende dalla linea gialla fino al fiume Litani. In quest’area, le forze israeliane condurrebbero operazioni militari mirate a smantellare la presenza e l’infrastruttura di Hezbollah. Questa fase viene descritta come un’operazione di “pulizia”, al termine della quale il controllo verrebbe gradualmente trasferito all’esercito libanese. Tuttavia, questa transizione solleva diversi interrogativi. Innanzitutto, resta incerto quanto possa essere realmente graduale e sotto quali condizioni verrebbe attuata. Presuppone che l’esercito libanese sia in grado di mantenere il controllo e garantire sicurezza in un’area complessa e storicamente instabile, cosa che al momento appare tutt’altro che scontata.

Israele e il Libano: la terza zona

La terza zona riguarda l’area a nord del fiume Litani, dove la responsabilità di ridurre la presenza armata del movimento sciita verrebbe affidata esclusivamente allo Stato libanese. Questa parte del piano è forse la più fragile dal punto di vista operativo, poiché dipende da variabili interne al Libano: la tenuta delle istituzioni, l’equilibrio politico tra le diverse componenti del Paese e la capacità di esercitare un controllo effettivo su tutto il territorio. Senza un forte sostegno internazionale e senza un consenso politico interno solido, questa fase rischia di rimanere più teorica che concreta.

Israele, il Libano e la “cintura di sicurezza”

Nel suo insieme, il piano richiama il modello della cosiddetta “cintura di sicurezza” che Israele aveva istituito nel sud del Libano prima del ritiro del 2000. All’epoca, quella fascia rappresentava un’area di controllo militare finalizzata a contenere le minacce provenienti dal territorio libanese. Riproporre oggi una configurazione simile suggerisce una visione strategica basata sulla presenza diretta e prolungata, piuttosto che su soluzioni esclusivamente diplomatiche o multilaterali.

Le implicazioni di questo approccio sono molteplici

Le implicazioni di questo approccio sono molteplici. Da un lato, vi è la questione della sicurezza, che Israele considera prioritaria. Dall’altro, emergono temi legati alla sovranità libanese e al rispetto del diritto internazionale, oltre all’impatto diretto sulle popolazioni civili coinvolte. La creazione di zone militari, le operazioni sul terreno e la possibile permanenza delle truppe rischiano di incidere profondamente sulla vita quotidiana di migliaia di persone, già segnate da anni di crisi economica e instabilità politica.

Israele e il Libano: un tentativo di ridefinire gli equilibri attraverso strumenti militari

In questo contesto, il piano non appare come una soluzione definitiva, ma piuttosto come un tentativo di ridefinire gli equilibri attraverso strumenti militari. Resta aperta una questione centrale. Se e quanto una strategia di questo tipo possa davvero portare a una stabilità duratura, oppure se rischi di alimentare nuove tensioni nel medio e lungo periodo.

Al di là delle mappe e delle linee tracciate, il nodo fondamentale resta quindi umano e politico. Territori, comunità e identità si trovano ancora una volta al centro di dinamiche che vanno ben oltre i confini geografici. 

Ed è proprio su questo piano che si misureranno le conseguenze più profonde di qualsiasi scelta futura.

di Annalisa Iannetta

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