L’approccio dell’Iran si sta rivelando opposto a quello di Usa e Israele
In questa guerra israelostatunitense contro l’Iran, l’approccio dell’aggredito si sta rivelando completamente opposto a quello dell’aggressore. Ecco perché
L’approccio dell’Iran si sta rivelando opposto a quello di Usa e Israele
In questa guerra israelostatunitense contro l’Iran, l’approccio dell’aggredito si sta rivelando completamente opposto a quello dell’aggressore. Ecco perché
L’approccio dell’Iran si sta rivelando opposto a quello di Usa e Israele
In questa guerra israelostatunitense contro l’Iran, l’approccio dell’aggredito si sta rivelando completamente opposto a quello dell’aggressore. Ecco perché
Nel quarto giorno di guerra israelostatunitense contro l’Iran, l’approccio dell’aggredito si sta rivelando completamente opposto a quello dell’aggressore. Il grande Iran, forte di ampie scorte di ordigni, ha infatti scelto un approccio orizzontale alla guerra: il suo contrattacco ha colpito sin da subito le basi degli Usa nel teatro mediorientale, prendendo persino alla sprovvista una dozzina di soldati in un posto di guardia in Kuwait. Senza neanche l’avvertimento delle sirene, è da questo sfortunato drappello che proviene il conto in aggiornamento delle prime perdite americane per l’operazione “Furia Epica”. Teheran ha scelto coscientemente mesi (o addirittura anni) fa che, in caso di conflitto con Washington avrebbe ‘allargato’ lo scontro il più possibile.
Così Abu Dhabi, Doha, Ryad e Manama così come la Giordania, il Kurdistan Iracheno e persino Cipro sono stati improvvisamente convocati di fronte all’altare marziale di una guerra in cui non avevano alcun ruolo effettivo. Le operazioni israelostatunitensi sono quindi state promosse a guerra regionale dalla reazione iraniana, ampliando così l’orizzonte degli eventi. E delle possibili problematiche. Come già scritto nei giorni scorsi, questo approccio votato a “ingigantire il problema” è un’arma a doppio taglio. Persino il generale e presidente statunitense Dwight D. Eisenhower era solito sostenere che «se non riesci a risolvere un problema, ingigantiscilo» (anche se possiamo dubitare sia lui la fonte del pensiero strategico dei pasdaran), ma estendere il fronte può comportare problemi sia a chi attacca sia a chi difende.
Bersagliare gli alleati degli Usa nella speranza che corrano in lacrime da Donald Trump a chiudere un cessate il fuoco, può provocare invece un incremento della coalizione armata anti-iraniana. E le aviazioni delle monarchie arabe non sono trascurabili, dalla Giordania sino agli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia. Come dimostra l’abbattimento di due bombardieri iraniani da parte dell’aviazione qatarina. Dall’altra aumentare il prezzo del gas e del petrolio sui mercati mondiali strozzando lo stretto di Hormuz caratterizza gli ayatollah come un nemico di tutti quei popoli che dipendono da quelle forniture, dall’Italia all’India sino alla Cina (quest’ultima in teoria alleata).
Siamo poi lontani dai tempi della Guerra del Kippur del 1973 quando il mondo si scoprì impreparato a carenze energetiche: ormai le riserve di gas e greggio sono poderose e soltanto l’interesse economico impedisce una sovraestrazione di tali materie prime, quando la tecnologia invece lo permette già da tempo. Certo però l’estensione orizzontale di un conflitto aumenta esponenzialmente le variabili, che forse avrebbero dissuaso un governo meno decisionista rispetto all’amministrazione Trump. Che invece sembra indifferente al pericolo di “rompere qualche uovo per fare la frittata”.
L’approccio degli Usa è infatti assolutamente verticale in questo caso, restio persino a far entrare nuovi contendenti nell’arena mentre gli apparati bellici di Gerusalemme e di Washington sono invece interessati soltanto ad aumentare vertiginosamente il numero di attacchi e di strutture iraniane rese inoperabili. Un perfetto caso di more of the same, condotto da due pesi massimi del mestiere delle armi. Così mentre l’Iran, per così dire, allargare l’incudine, l’unica preoccupazione di Usa e Israele è quella di aumentare a dismisura il martello. Che ogni giorno cala su più forza sul blocco di acciaio iraniano, di cui le crepe sono già evidenti.
Per Trump si andrà avanti ancora per 4-5 settimane con questo ritmo, finché o il martello non scivolerà dalle mani del fabbro o l’incudine esploderà mettendo a nudo il suo cuore.
di Camillo Bosco
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