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L’Africa è un’opportunità per gas e grano, a dispetto di Putin

Alzare lo sguardo dall’Ucraina significa cogliere l’opportunità di considerare la politica interna in subordinazione alla politica internazionale. E gli affari africani su grano e gas lo dimostrano.

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Alziamo gli occhi dall’Ucraina. L’alleanza strategica tra Russia e Cina non può essere limitata al Donbass e neppure a Taiwan: Putin non è andato per il sottile quando ha parlato per tutti dello spostamento dell’asse geopolitico a Oriente dando la spallata alle democrazie liberali in declino, siamo noi che non riusciamo a prenderlo sul serio.

La sua, la loro, è la riaffermazione della politica sull’economia, la sconfitta dell’idea liberale che la globalizzazione e le libertà economiche necessarie per sfruttarne le opportunità avrebbero indotto una maggiore domanda di libertà individuali. Non ha funzionato perché i politici autocrati usano l’economia per consolidare per i propri sudditi lo scambio “minore libertà – maggiore sicurezza”. È il leit-motive di Putin ai suoi cittadini: dovevamo farlo, ci minacciavano; è la spasmodica follia cinese a Shanghai per garantire la salute e la sopravvivenza del regime.

Il loro metodo lo conosciamo bene, perché lo abbiamo inventato e poi sanguinosamente abbandonato ed è quello dell’imperialismo e delle sfere di influenza: vanno fermati lì. Ci stanno provando americani, inglesi e in qualche modo i francesi nel Pacifico; ci deve provare l’Unione Europea in Africa. Alzare lo sguardo significa prendere atto di quanto consenso hanno guadagnato le dittature mentre noi esportavamo la democrazia, significa smettere di avere sensi di colpa e significa offrire ai possibili partner condizioni di reciproca convenienza partendo (ma non fermandoci) dalla nostra necessità di diversificare le fonti di energia.

Azerbaijan, Algeria, Angola, Mozambico sono i possibili fornitori di antica sfera russa ma sono anche paesi che richiedono in modo particolare gli africani investimenti esteri significativi anche in termini di sicurezza e anche alternativi a quelli offerti dai cinesi.

L’Azerbaijan è un affare delicato ma grazie al Tap siamo il primo partner commerciale. Spazi ci sono eccome pur tenendo conto degli interessi forti di Russia e Turchia in quel paese. La Nigeria può essere un altro grande fornitore e ha un problema di bilancio enorme perché esporta petrolio ma importa benzina e da sempre la benzina è venduta a prezzo calmierato: l’aumento dei prezzi che ben conosciamo la sta mettendo in ginocchio. Della Libia non parliamo, sappiamo e dobbiamo decidere cosa fare ma insieme a quelli che l’hanno smontata.

L’Egitto è un problema che dobbiamo risolvere in modo soddisfacente perché Regeni non va dimenticato e non possiamo lasciare un paese per il quale eravamo un importante partner commerciale nelle mani dei russi in base all’accordo di cooperazione del 2018: se la Nigeria ha il problema della benzina, Il Cairo analogamente ha il problema del grano russo e ucraino con il pane a prezzo calmierato e il crollo del turismo russo. Sono pronti a venderci gas ma saremmo sciocchi a limitarci a quello perché è uno dei paesi più colpiti dalle conseguenze degli atti di Putin.

Abbiamo un vicino importante, la Tunisia, che è grande importatrice di energia e di grano: che facciamo, in un momento di grave instabilità interna dopo il colpo di Stato la lasciamo sola e poi aspettiamo di vedere cosa accade con la immigrazione nel canale di Sicilia? Poi ci sarebbe il Sahel con terrorismo e ondate migratorie dal Corno d’Africa in guerra ma fermiamoci qui come per ora evitiamo il grande buco nero dei vaccini per la pandemia.

Ancora una volta nella storia armi, pestilenza e carestia vanno insieme, magari non nel solito ordine. E per chi ha esperienza nel settore anche grano e petrolio sono strettamente legati. In sintesi, Putin ci ha svegliato e ci regala una grande opportunità. La sfida europea è qui, non solo nelle nuove supply chian e in una dottrina della globalizzazione più selettiva e imperniata su una forte area di libero commercio dal Giappone alla Ucraina: è l’idea che la politica interna sarà nei prossimi mesi di sicuro, forse anni, subordinata alla politica internazionale.

Ed è l’idea che i vecchi schemi cadono travolgendo scadenti gruppi dirigenti e che, forse, nuove generazioni che sanno non solo l’inglese hanno trovato una loro missione anche politica.

di Flavio Pasotti

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