L’Iran brucia il suo futuro, parla l’analista Babak Vahdat
Babak Vahdat, analista e ricercatore dei meccanismi interni del sistema iraniano, spiega: «Il regime resiste con la forza, ma ogni giorno la sua fragilità economica lo erode dall’interno»
L’Iran brucia il suo futuro, parla l’analista Babak Vahdat
Babak Vahdat, analista e ricercatore dei meccanismi interni del sistema iraniano, spiega: «Il regime resiste con la forza, ma ogni giorno la sua fragilità economica lo erode dall’interno»
L’Iran brucia il suo futuro, parla l’analista Babak Vahdat
Babak Vahdat, analista e ricercatore dei meccanismi interni del sistema iraniano, spiega: «Il regime resiste con la forza, ma ogni giorno la sua fragilità economica lo erode dall’interno»
L’Iran scricchiola. Proteste in tutte le città, giovani e classi medie sfidano apertamente il potere. Il regime reagisce, ma la repressione non basta. Babak Vahdat, analista e ricercatore dei meccanismi interni del sistema iraniano, spiega: «Il regime resiste con la forza, ma ogni giorno la sua fragilità economica lo erode dall’interno». Sulla situazione reale sul campo, tuttavia, ci sono molte ombre: «Dai miei riferimenti sul posto posso dire che il livello di disinformazione è altissimo, volto a far credere che la Repubblica Islamica potesse cadere da un momento all’altro. Ma non è detto che una soluzione del genere sia imminente. Del resto sia il blackout di Internet che il blocco di Starlink hanno reso più complicato ottenere informazioni. Di sicuro è molto difficile valutare l’estensione reale delle proteste, perché dati affidabili non ci sono».
Da quello che filtra, lo stesso regime – al di là della repressione brutale – sta valutando le prossime mosse: «Ci sono tensioni, confronti e discussioni su quale direzione prendere. Alcuni consiglieri vogliono una linea più dura, altri prudenza». Alla mia domanda su quale scenario sia più realistico, Vahdat risponde secco: «Non un crollo improvviso, ma trasformazioni interne al regime, se le proteste continueranno. Cambiamenti che potrebbero significare una revisione profonda degli equilibri sotto figure come Larijani o Rouhani e un ruolo più pervasivo delle forze di sicurezza e dei Pasdaran nello Stato».
Chiedo se si sta già pensando a un dopo Khamenei: «Quando accadrà, i militari avranno un’influenza predominante, simile al modello pakistano». Nonostante tutto però «il regime mantiene una base sociale significativa. Alle ultime presidenziali il candidato ultraconservatore Jalili ha raccolto oltre 13 milioni di voti. Questo sostiene l’azione dei Basij e dei Guardiani della Rivoluzione, strutture che non spariranno nel breve periodo». E se le proteste diminuissero? «Anche in quel caso il regime resterebbe fragile per la crisi economica».
Qual è lo stato dell’opposizione? «Non esiste una vera opposizione organizzata nel Paese. All’estero appare frammentata, divisa, debole, utile solo simbolicamente. Alcuni tentano slogan monarchici, altri cercano appoggi diplomatici, ma sul terreno non hanno capacità operativa». Il dubbio è che si possa verificare un vuoto di potere: «È un’eventualità possibile e rischiosa, nessuno può prevederne gli esiti». Sul piano internazionale, aggiunge Vahdat, «l’inasprimento della repressione ha reso più complicate le discussioni a Washington sul sostegno ai manifestanti. Le ultime dichiarazioni di Trump aprono la possibilità di nuovi colloqui nucleari con il regime». Il rischio è però che possano fallire: «In tal caso potremmo assistere a nuove ondate di proteste nel medio-lungo periodo, soprattutto a causa della crisi economica».
Mentre il regime si accanisce sui manifestanti, quell’intera zona del mondo guarda e fa le sue valutazioni: «I Paesi dell’area, come Arabia Saudita, Turchia e Israele, monitorano attentamente la situazione, pronti a sfruttare qualsiasi segnale di debolezza. Ogni mossa interna al regime ha un impatto immediato sugli equilibri di sicurezza del Medio Oriente. Anche piccoli cambiamenti nella struttura del potere iraniano possono riverberarsi in tutta la regione, tra alleanze e rivalità storiche».
Quante probabilità ci sono che la Repubblica Islamica riesca a superare, come già in passato, anche questa rivolta popolare? «La loro capacità di adattarsi è sorprendente, ma non illimitata. Le forze di sicurezza e i Pasdaran controllano città, quartieri, strade: una presenza non soltanto militare, ma anche simbolica e psicologicamente vincolante». Ma dipenderà dalla pressione sociale, dalla crisi economica e dalle scelte del vertice politico. Il regime può contenere il malcontento per mesi, ma non per anni. Le prossime settimane saranno decisive per capire se riuscirà a stabilizzare la situazione o se nuovi focolai di protesta si allargheranno».
Vahdat conclude con un monito: «Anche se il governo riuscisse a contenere l’instabilità, la fragilità economica e sociale continuerà a rappresentare un rischio costante per il Paese e per l’intera regione. Ogni protesta, ogni crisi, ogni scelta del vertice politico si riflettono immediatamente sulla vita delle persone e sulle alleanze regionali». La Repubblica Islamica è in bilico: «E il tempo non gioca a favore del regime».
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