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Mosca ha perso la partita diplomatica

I russi sembrano avere un vantaggio tattico per la loro mentalità, ma gli ucraini non hanno ancora perso la guerra. Nessuno dei due può vincerla ma nessuno dei due oggi può abbassare le armi

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Il peggio di una tragedia è quando diventa noiosa ed esce dai riflettori. È ciò che sta accadendo in Ucraina. Se ne parla poco perché l’inflazione in Occidente è un problema vero quanto il rischio energetico e la possibile recessione. In compenso dall’Ucraina, dopo una fase in cui si sapeva tutto anche prima che accadesse (vedi gli avvisi americani snobbati sulla imminenza della guerra), filtrano solo i nomi impronunciabili per un latino di paesi e villaggi rasi al suolo e conquistati dai russi. Chilometro dopo chilometro, riducendo il Donbass da denazificare a un cumulo di macerie da ripopolare non con i filorussi deportati ma con abitanti poveri di zone della Russia ancor più povere, il cui lavoro per i prossimi cinquant’anni sarà sminare e neutralizzare gli ordigni inesplosi.

È il risultato di una reciproca convenienza dei due belligeranti e della tattica che hanno adottato. Vero, gli ucraini perdendo il 20% del loro territorio perdono il 22% dei terreni a grano, i giacimenti di titanio e terre rare e quelli inesplorati di metano. La tattica di Kiev è però chiara: portare i russi al Kulminationspunkt, il punto in cui la spinta si esaurisce per esaurimento di mezzi, uomini e rifornimenti. Possono anche ritirarsi ma dopo aver inflitto perdite le più pesanti possibile e pur rimanendo con le nuove armi occidentali in grado di colpire il maggior numero di depositi nelle retrovie.

Dopo lo schiaffone iniziale i russi hanno reagito come prevedibile: buttando nella fornace del Donbass tutti i mezzi possibili, animati da quella “cultura della indifferenza” verso la vita dei propri soldati che fa la Russia così lontana anche nei modi di fare la guerra dalla mentalità occidentale delle bombe intelligenti. Se i russi sembrano avere un vantaggio tattico proprio per questa mentalità (e per le smisurate per quanto antiquate riserve) gli ucraini non hanno ancora perso la guerra, che però ha una caratteristica evidente: nessuno dei due può vincerla ma nessuno dei due oggi può abbassare le armi.

Kiev parla di un milione di baionette e ha dichiarato un obbiettivo principale (il ritorno alle condizioni pre-conflitto) così come uno secondario: Kherson, parte della costa del Mare di Azov a Ovest di Mariupol e la tenuta di Karkhiv (e con questo, per ragioni politiche, anche gli ucraini hanno detto addio alla “sorpresa”, da sempre la tattica necessaria a vincere una battaglia). Impresa ardua che richiede una condizione oggi non certa e cioè la volontà e capacità dell’Occidente di essere “l’arsenale della democrazia”, di avere una industria militare in grado di consegnare armi e munizioni in quantità e just in time, cosa a oggi quasi impossibile.

Mosca ha perso la partita diplomatica (la Nato è numericamente e politicamente più forte di prima), scricchiolano i suoi rapporti con i Paesi della Csi, non sembra in grado di poter ottenere almeno un accordo sulla sicurezza con la Nato (ricordiamo che questa era la principale ragione della guerra). Però può “desertificare” l’Ucraina – consumandone le ricchezze, distruggendone le infrastrutture, impoverendone il futuro – e tenere una robusta spina nel fianco delle opinioni pubbliche occidentali. Per essere una tragedia in cono d’ombra avremmo cose su cui riflettere ma almeno ci siamo tolti di torno quella insopportabile nenia del “voler salvare la faccia a Putin” perché quello ci sta provando da solo, nonostante i suoi corrottissimi generali.

 

Di Flavio Pasotti

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