Smemorati nel Giorno della Memoria
| Esteri
La decisione di spostare ad altra data le manifestazioni pro Palestina nel Giorno della Memoria, evoca antichi timori e sensazioni contrastanti
Smemorati nel Giorno della Memoria
La decisione di spostare ad altra data le manifestazioni pro Palestina nel Giorno della Memoria, evoca antichi timori e sensazioni contrastanti
| Esteri
Smemorati nel Giorno della Memoria
La decisione di spostare ad altra data le manifestazioni pro Palestina nel Giorno della Memoria, evoca antichi timori e sensazioni contrastanti
| Esteri
Proviamo sensazioni contrastanti per la decisione di spostare ad altra data le manifestazioni a sostegno della Palestina, programmate proprio per oggi, Giorno della Memoria.
Sollievo, perché ci viene risparmiato il prevedibile scempio di contestazioni antiebraiche e antisemite, di veder bruciata la bandiera di Israele proprio nel giorno in cui si coltiva e onora il ricordo del più grave delitto nella storia dell’umanità. Un atto di civiltà, per quanto insufficiente di per sé a metterci al riparo dalle alzate di ingegno di qualche sconsiderato. Al contempo non possiamo far finta di non provare imbarazzo – oltre per il semplice fatto di affrontare ipotesi del genere – anche nel non aver potuto garantire uno dei capisaldi delle liberaldemocrazie: qualsiasi manifestazione di pensiero e di dissenso è sempre legittima, se espressa nel rispetto delle leggi e del dettato costituzionale.
Non è necessario essere Voltaire per cogliere il valore di un principio che è anche sintomo della straordinaria forza che differenzia le democrazie dalle dittature. Abbiamo rinviato, differito non certo per ‘paura’ ma nella sconcertante consapevolezza che non saremmo riusciti a far comprendere a determinati soggetti, accecati da un odio atavico, che ci sono un tempo e una circostanza per tutto. Figurarsi per contestare Israele (e soprattutto gli ebrei) proprio nel Giorno della Memoria.
Prima o poi, però, lo dovremo fare: dovremo guardare negli occhi chi è pronto a bruciare quella bandiera, a seppellire sotto il conformismo di parole d’ordine vecchie di decenni le profonde differenze di una società evoluta, sfaccettata, avanzata e democratica come quella israeliana. Dovremo avere la forza di sorbirci le solite tirate a base di “pace”, “ingiustizia”, “diritto dei popoli oppressi”, pronunciate con l’aria ieratica di chi tutto sa e non ha bisogno di prove o confronti e guarda sempre e soltanto una sola parte, nella convinzione di poter dividere con manicheismo una tragedia secolare in buoni e cattivi, torti e ragioni, oppressi e oppressori, bianco e nero. Dovremo costringerli ad ascoltare anche solo una semplice considerazione: nessuno si sognerebbe mai di confondere i terroristi tagliagola e stupratori di Hamas con i palestinesi. Mai.
Chi si dice filoisraeliano conosce perfettamente il gigantesco rischio che l’attuale leadership di Tel Aviv sta facendo correre al suo Paese e al suo popolo: l’alienazione internazionale, la fine di quell’appoggio sentimentale e psicologico senza il quale la solitudine di Israele (nel mare di nemici in cui nuota dal giorno della sua nascita) potrebbe farsi così soffocante da suonare come una condanna. Questo terrificante rischio non lo si evita, da parte di chi ha a cuore un’idea di pace e convivenza fra arabi e israeliani, confondendo milioni di persone con il disegno criminale di Hamas.
Non ci stancheremo mai di ripetere come i primi ostaggi di questi cinici e astuti senza Dio siano proprio i palestinesi, tanto per cominciare quelli della Striscia di Gaza. Tenuti nella miseria mentre miliardi di dollari affluivano nelle casse dei terroristi e poi sottoposti alla furia militare della reazione israeliana successiva al 7 ottobre 2023. Sono ostaggi anche i palestinesi della Cisgiordania, paralizzati anche solo all’idea di proporre un progetto politico diverso dal cupio dissolvi della fazione oggi più riconoscibile e potente della galassia palestinese.
Queste cose le dovremo pur spiegare, altrimenti la dottrina dei due popoli e due Stati finirà per ridursi a stanca litania, formuletta da talk show. Riconoscendo nel sostegno vergognoso a chi ha ucciso e violentato donne, bambini e anziani un odio che va oltre Israele o gli americani. Urlano “Free Palestina” o “Viva Hamas” ma in realtà detestano la libertà, la democrazia, il pluralismo delle idee, l’economia di mercato, la meritocrazia. Non possono manco più dirsi comunisti per diserzione dell’idea e allora resta loro soltanto un’ignoranza raggelante che arriva alla Memoria e all’Olocausto.
di Fulvio Giuliani
La Ragione è anche su WhatsApp. Entra nel nostro canale per non perderti nulla!
Leggi anche
Dopo i dazi di Trump crollano le Borse, tonfo di Wall Street: 2mila miliardi in fumo. Male Milano (-3,6%). Casa Bianca: “Fidatevi del tycoon”. Meloni: “Non è una catastrofe”
03 Aprile 2025
Dopo i dazi reciproci – verso tutto il mondo – annunciati da Trump, crollano le Borse. Si tratta…
Le Pen con soldi e amici russi
03 Aprile 2025
Le Pen con soldi e amici russi. Ecco perché la condanna alla leader del RN ha scatenato la rabbi…
La mannaia dei dazi di Trump non risparmia nessuno. Perché l’Ue fra i più colpiti
03 Aprile 2025
La mannaia dei dazi di Trump non risparmia nessuno. La Cina, punita più di tutti, con il 34%. A …
Trump: “Dazi al 20% per l’Unione europea. Ci ha derubato per anni” – IL VIDEO
03 Aprile 2025
Il momento in cui il presidente statunitense Donald Trump annuncia dazi al 20% nei confronti del…
Iscriviti alla newsletter de
La Ragione
Il meglio della settimana, scelto dalla redazione: articoli, video e podcast per rimanere sempre informato.