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Taiwan, Pechino mostra i muscoli

La delicata convivenza tra Washington e Pechino. Gli Stati Uniti dovrebbero mantenere le relazioni internazionali tramite cooperazione e multilateralismo.

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Se Taipei dovesse cadere nelle mani di Pechino «le conseguenze sarebbero catastrofiche per la pace regionale e per il sistema di alleanza democratica». A dirlo è la presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, rieletta nel 2020 al suo secondo mandato. Nei giorni scorsi un numero record di aerei da guerra cinesi (sessanta solo nella giornata di lunedì) ha sorvolato all’interno della zona di difesa aerea di Taiwan. Incursioni definite «provocatorie» e «destabilizzanti» dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che ha invitato il Dragone rosso a cessare ogni attività.

Come dimostrato anche dall’Aukus – l’alleanza di sicurezza tra Regno Unito, Australia e Stati Uniti con la dotazione a Canberra di sottomarini a propulsione nucleare – gli Usa hanno spostato l’attenzione dal Medio Oriente alla regione dell’Indo-Pacifico: una zona strategica in cui sono tanti gli interessi del presidente Joe Biden, impegnato fin dal primo giorno alla Casa Bianca «per contenere l’influenza di Pechino».

Per il futuro di Taiwan, però, il presidente cinese Xi Jinping ha le idee chiare: annettere l’isola, anche con l’uso delle armi, entro il 2049, ovvero nel ‘grande’ centenario della Repubblica popolare. Pechino considera l’ex Formosa una provincia ribelle sotto il suo controllo sulla base del ‘Consenso del 1992’, che sanciva il principio “una sola Cina”. L’accordo è stato stralciato da Taipei nel 2016, che de facto si comporta come uno Stato indipendente anche se a livello internazionale è considerato parte integrante del Cina.

Le ambizioni sono simboliche ma anche economiche. A Taiwan si producono quasi tutti i chip e i semiconduttori più sofisticati al mondo, elementi fondamentali nel settore dell’automotive e dell’informatica. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company è tra le aziende più importanti con il 31% delle quote di mercato a livello globale. Rotte commerciali, numerosi distretti marittimi e mercati finanziari in forte ascesa non fanno altro che confermare l’ineguagliabile centralità della regione indo-pacifica per il prossimo decennio. Lì Pechino mostra i muscoli mentre Washington tesse alleanze strategiche per limitare le mire espansionistiche cinesi.

Secondo diversi osservatori, gli Stati Uniti rischiano di cadere nella cosiddetta ‘trappola di Tucidide’ (invocata nel 2018 anche dal presidente Xi Jinping). In tal caso Taiwan, isola di soli 23 milioni di abitanti, si troverebbe in mezzo tra le velleità di una potenza (apparentemente) calante e una emergente. Ci si chiede, dunque, se il paradigma di convivenza internazionale tra Washington e Pechino sia ancora basato sulla politica di contenimento da parte degli Stati Uniti e di opportunistica attesa della Cina.

Con il cosiddetto soft power americano in declino, nell’ultimo decennio il Dragone rosso è stato abilissimo nel creare un nuovo ‘potere morbido’: un vero e proprio ‘modello Cina’ per stringere relazioni economiche, culturali e strategiche. In piena crisi di identità per le contraddizioni interne manifestate in questi ultimi anni, scalfiti da due decenni di hard power, gli Stati Uniti dovrebbero tornare (come promesso a giugno da Biden) a ridisegnare le relazioni internazionali tramite cooperazione, equilibri, strumenti diplomatici e multilateralismo. Dalla pandemia non è uscito un mondo unipolare a guida americana: riconoscerlo potrebbe rappresentare un primo passo per evitare inutili conflitti e consolidare o rinnovare storiche alleanze.

 

di Mario Bonito

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