Una Trumpeconomy mai vista
Nella Trumpeconomy l’intervento pubblico e l’economia di Stato sono parte integrante delle scelte dell’amministrazione
Una Trumpeconomy mai vista
Nella Trumpeconomy l’intervento pubblico e l’economia di Stato sono parte integrante delle scelte dell’amministrazione
Una Trumpeconomy mai vista
Nella Trumpeconomy l’intervento pubblico e l’economia di Stato sono parte integrante delle scelte dell’amministrazione
Gli Stati Uniti d’America che conosciamo sono sempre stati una realtà molto più complessa, variegata e sfaccettata di quella a tutti nota attraverso cinema e televisione. Su un punto, però, non è mai stato lecito a avanzare dubbi: la dedizione assoluta ai principi dell’economia di mercato e alle sue regole.
Le eccezioni a questi principi costituivano alcune delle più profonde e reali differenze fra democratici e repubblicani prima dell’avvento di Donald Trump, che ha finito per snaturare completamente sia il Great Old Party sia il confronto democratico nel paese.
La mano pubblica in economia è sempre stato per tutti inconcepibile come politica economica ma se per i democratici – in determinate circostanze di emergenza – è stato ipotizzabile un interventismo mirato, per i (vecchi) repubblicani questo non poteva accadere. Punto.
Basti pensare alla scelta scellerata di non salvare Lehman Brothers nel 2008, senza riuscire a comprendere la portata del fallimento di quella banca per l’economia globale.
Nella Trumpeconomy, viceversa, l’intervento pubblico e l’economia di Stato sono parte integrante delle scelte dell’amministrazione. In un mix fra dure trattative in politica estera e cordoni molto più stretti in patria. La partecipazione pubblica del 10% nel colosso tech Intel non ha alcuna motivazione emergenziale. È una scelta tutta politica, che non ci avrebbe particolarmente meravigliato se fosse stata presa da un governo della vecchia Europa, magari di ispirazione socialista o socialdemocratica ma che compiuta negli Usa lascia sbigottiti.
Come le oggettivamente indebite pressioni sul Ceo della stessa Intel Lip-Bu Tan perché lasci, in quanto sospettato di fare gli interessi del grande nemico cinese. Una cosa mai vista, le cui conseguenze probabilmente negli Stati Uniti non sono state ancora ben ponderate.
Trump, poi, non si fa alcuno scrupolo di usare la leva della minaccia pur di spingere il business delle aziende americane. Quelle pronte a correre a baciare la pantofola, si intende. O così inguaiate da non avere alternative.
È il caso di Boeing, che dopo anni di mazzate nei denti prese dagli europei di Airbus è tornata a superare negli ordini di aerei il costruttore del vecchio continente per un motivo molto semplice: l’effetto diretto degli acquisti imposti dal Presidente degli Stati Uniti d’America ad alcuni Paesi (si veda la Corea del Sud o l’Indonesia) per evitare la mannaia dei dazi. Parliamo di 315 velivoli su un totale di 655 comprati.
Una pura droga del mercato e della singola azienda, che come ovvio non risolve alcuno dei problemi alla base dell’annosa crisi di Boeing. L’azienda nata a Seattle e oggi in Virginia venderà tanti aerei, ma i motivi per cui ne vendeva di meno sono ancora tutti lì.
di Fulvio Giuliani
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