Vivere a Beirut sotto le bombe
Il racconto di Nina, divisa a metà tra l’Italia, dove attualmente vive, e la preoccupazione per la sua famiglia che abita a Beirut
Vivere a Beirut sotto le bombe
Il racconto di Nina, divisa a metà tra l’Italia, dove attualmente vive, e la preoccupazione per la sua famiglia che abita a Beirut
Vivere a Beirut sotto le bombe
Il racconto di Nina, divisa a metà tra l’Italia, dove attualmente vive, e la preoccupazione per la sua famiglia che abita a Beirut
Il telefono si accende quando fuori è ancora notte. Nina allunga la mano d’istinto, sullo schermo compare un messaggio: «Stiamo bene». Lei lo legge, sa che non è vero.
È da lì che, da mesi ormai, comincia ogni suo giorno. E ogni sua notte. Vive in Italia da anni, vicino a Roma. Un marito, due figli, una quotidianità costruita con pazienza. Sembra una vita solida. Poi arriva una notifica e la riporta a Beirut, all’altra casa dove sono rimasti sua madre e i suoi fratelli. E dove in queste settimane le bombe sono tornate a cadere e i soldati israeliani sono entrati in alcune aree, riaccendendo una paura che non se n’era mai andata davvero.
Gli ultimi raid aerei israeliani hanno colpito quasi dieci località della capitale in pochi minuti, estendendosi oltre i sobborghi meridionali, secondo quanto riporta “Al Jazeera”. Nel frattempo il Ministero della Salute libanese dichiara che il bilancio provvisorio è di decine di morti e centinaia di feriti. L’esercito israeliano li ha descritti come i più pesanti dall’inizio dell’escalation di marzo.
I civili fanno quello che possono: dormono a tratti, si organizzano nei rifugi, cercano notizie sullo stato dei propri familiari. Un’angoscia senza frontiere, che attraversa anche il Mediterraneo e arriva qui, fino a chi – come Nina – può solo guardare e aspettare. «Mi dice che è come allora, che i rumori sono gli stessi» ci racconta. L’«allora» ha una data precisa: 6 giugno 1982, quando Israele – con l’operazione “Pace in Galilea” – avanzò nel Sud del Libano con un obiettivo dichiarato: colpire e smantellare l’Olp. Poi la morsa sulla capitale: Beirut Ovest sotto assedio, fino all’evacuazione dei combattenti palestinesi. A settembre dello stesso anno arrivò il massacro di Sabra e Shatila, che resta inciso e riaffiora ogni volta che la città torna a tremare.
Oggi il nemico è Hezbollah, ma il risultato non è diverso e il Libano, già piegato da crisi economica e instabilità politica, torna a essere un campo dentro una strategia più grande. L’intensità degli attacchi su Beirut non somiglia solo a un’azione contro obiettivi militari: è un segnale. Un deterrente. Il promemoria che la forza qui può schiacciare un’intera città che è tornata a bruciare, e con lei bruciano le memorie e le speranze di chi ogni sera cerca un filo di normalità in un cielo che continua a tremare. Nel mezzo, come sempre, restano le vite comuni nella bella Terra dei Cedri, esclusa al momento dal cessate il fuoco tra Israele e Iran, nonostante le affermazioni dei mediatori pakistani.
Vite comuni come quelle della madre di Nina, sospese tra un passato che non passa e l’ansia di un futuro che sembra già deciso altrove.
Di Annalisa Iannetta
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