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Assassinio di Marco Biagi

Assassini spinti da parole di odio

Venti anni fa Marco Biagi, travolto da un’ondata di odio esteso e immotivato, venne freddato sotto casa sulla bici che ispirerà poi l’illustratore Domenico Rosa. Una vita spesa a difendere i diritti dei lavoratori mentre oggi si assiste a continui paradossi.
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Assassini spinti da parole di odio

Venti anni fa Marco Biagi, travolto da un’ondata di odio esteso e immotivato, venne freddato sotto casa sulla bici che ispirerà poi l’illustratore Domenico Rosa. Una vita spesa a difendere i diritti dei lavoratori mentre oggi si assiste a continui paradossi.
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Assassini spinti da parole di odio

Venti anni fa Marco Biagi, travolto da un’ondata di odio esteso e immotivato, venne freddato sotto casa sulla bici che ispirerà poi l’illustratore Domenico Rosa. Una vita spesa a difendere i diritti dei lavoratori mentre oggi si assiste a continui paradossi.
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Venti anni fa Marco Biagi, travolto da un’ondata di odio esteso e immotivato, venne freddato sotto casa sulla bici che ispirerà poi l’illustratore Domenico Rosa. Una vita spesa a difendere i diritti dei lavoratori mentre oggi si assiste a continui paradossi.

Quando arrivavano a “Il Sole 24 Ore”, c’era la gara a leggere subito gli editoriali di Marco Biagi. Il giuslavorista, consulente del Ministero del Lavoro, è il padre della legge che porta il suo nome (n. 30/2003) oltre a essere stato l’ispiratore delle norme sulla sicurezza sul lavoro (legge n. 626/94). Cosa che pochi ricordano.

Uomo mite e cordiale, pur essendo un accademico di valore era paziente pure con i redattori ‘in braghe corte’ e amichevole nello spiegare che cosa ci fosse ‘dietro’ certi passaggi. Inoltre, da divulgatore, dava buoni spunti su una titolazione puntuale per ‘rispondere’ ai suoi denigratori. E Biagi ne aveva davvero parecchi. Troppi, in un clima da corrida. E in malafede.

In quegli anni il dibattito sui temi del lavoro era scottante. Speriamo che almeno alcuni di quelli che alimentarono cinici calcoli politici si siano pentiti di aver usato un linguaggio mistificatorio, distorsivo, con argomentazioni intellettualmente disoneste. Venti anni fa Marco Biagi, travolto da un’ondata di odio esteso e immotivato (con la scorta revocata), venne freddato sotto casa sulla bici che ispirerà poi all’illustratore Domenico Rosa una iconica vignetta.

La migliore descrizione dell’opera del marito l’ha fornita Marina Orlandi, che tiene viva la memoria di Marco alla guida della Fondazione a lui dedicata: «Proprio nei giorni in cui è stato ucciso ricordo che Marco mi parlava di una cosa che riguarda i ragazzi. La società si stava trasformando e un lavoro per tutta la vita, lo stesso a tempo indeterminato, sarebbe stata una cosa in pratica impossibile, sarebbe arrivata tardi nella vita delle persone. Aveva in mente che bisogna difendere i lavori brevi. Purtroppo ci sarà questa precarietà – diceva Marco – però dobbiamo renderla una precarietà protetta, fare in modo che le persone che non hanno un lavoro protetto abbiano anche dei diritti, siano protette e che una persona non trovi solo un lavoro in nero».

Sta proprio in queste parole la novità del contributo di Biagi: nel rifiuto di considerare deviazioni, violazioni di un ordine superiore, quei rapporti di lavoro non riconducibili a un contratto a tempo indeterminato, con annessi e connessi sul piano delle tutele.

Oggi assistiamo ancora a questo paradosso: di fronte ai dati sulla ripresa dell’occupazione, i dirigenti sindacali storcono il naso come se quelle assunzioni – in prevalenza a tempo determinato – riguardino le ‘anime morte’ dei figli di un dio minore. E sono gli stessi leader sindacali che hanno imposto 500 giorni di blocco dei licenziamenti senza accorgersi che si stava perdendo un milione di posti di lavoro per mancate assunzioni.

Gli stessi che, al venire meno del blocco, preconizzavano milioni di licenziamenti, mentre si sono trovati impotenti a contare le dimissioni di tante persone che si tutelavano da sole andando alla ricerca di migliori opportunità offerte dal mercato del lavoro.

 

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