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Forza mercato

Limitarsi a raccontare dei miliardi bruciati dopo una seduta negativa in Borsa è un atteggiamento miope, parte di un problema più ampio. La verità è che l’Italia ha ridotto il gap con gli altri Paesi quanto a capitalizzazione in percentuale al PIL . E questo va sottolineato a chiare lettere.

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Potranno esserci minime variazioni percentuali, ma ormai la crescita record del Prodotto interno lordo italiano nel 2021 è acquisita. In queste ore, membri del governo hanno parlato di +6,3%, senza mai dimenticare il baratro del quasi -9% del 2020.

Ciò detto, la capacità di ripresa dell’economia italiana ha sorpreso ancora una volta tutti, a cominciare da quel consistente pezzo di Paese che si è ormai abituato all’idea (sbagliata) di un’Italia condannata alla stagnazione o direttamente al declino.

Immagini con cui tanti si sono a lungo trastullati, per meri interessi di bottega politica o giornalistica. Sappiamo bene quanto abbiamo faticato negli ultimi vent’anni, subendo con particolare violenza i contraccolpi di ben tre crisi internazionali, ma sappiamo con altrettanta certezza che i fondamentali del Paese sono sempre stati migliori delle sue performance, trascinate al ribasso da parte dell’Italia improduttiva. Per una lunga e cupa stagione, anche solo ricordarlo equivaleva a garantirsi l’accusa di asservimento ai ‘poteri forti’ e alla famelica finanza internazionale. La verità, più cruda e antipatica da raccontare, era molto diversa: i nostri peggiori nemici siamo noi stessi, quando ci ostiniamo a invocare sussidi o sostegni a chi non lavora e non ha intenzione di farlo, invece di creare le condizioni per uno sviluppo in cui restiamo maestri.

Perché se il Pil 2021 non ha eguali dal boom economico, questo significa che quando puntiamo sulla nostra capacità di imporci sul mercato vinciamo.

Sono i numeri a dirlo, non una speculazione giornalistica, a differenza di quelle care ai portatori d’acqua di sovranismi e populismi degli ultimi dieci anni. Abbiamo perso il conto delle volte in cui abbiamo sentito parlare di un’Italia “comprata dagli stranieri”, in genere dai francesi. Ricorderete le teorie complottiste basate a Parigi e le gite in sostegno dei ‘gilet gialli’ in rivolta contro il presidente Macron e non è passato un secolo. Ancora una volta, sono le cifre a fare giustizia, in particolare quelle della nostra posizione netta sull’estero.

Quest’ultima è la differenza fra i pezzi di ricchezza di altri Paesi posseduti da residenti in Italia e quelli italiani in mano straniere.

Può sembrare un freddo tecnicismo, ma la nostra posizione netta sull’estero nel 2020 era positiva per 40 miliardi, mentre quella della Francia negativa per ben 850. Dunque, noi abbiamo comprato molto di più dei francesi. Negli ultimi dieci anni, la nostra posizione è migliorata di 550 miliardi, quella dei cugini peggiorata di 450. Cari amici, insomma, vi hanno raccontato una balla. Non priva di motivazioni: i francesi hanno fatto shopping in settori molto ‘mediatici’, come la moda, mentre gli investimenti italiani sono tradizionalmente concentrati in partecipazioni azionarie spesso non di controllo, per quanto estremamente fruttuose.

Certo, abbiamo poche grandi aziende e questo è un problema (il famigerato ‘nanismo’ delle attivissime e genialoidi Pmi italiane), ma è notizia di poche ore fa l’acquisizione da parte di Leonardo del 25,1% della tedesca Hensoldt AG.

Una società leader nel settore dei sensori in ambito militare e di sicurezza. Operazione da 606 milioni di euro, valsa anche un balzo in Borsa. A proposito di quest’ultima, il medio periodo dei mercati riflette la fiducia in un sistema economico e Borsa Italiana ha chiuso il 2021 con il Ftse MIB a +23%, rispetto al disastrato 2020. Ancor più rilevante, ha registrato una robusta accelerazione delle quotazioni – confermata anche da quella di inizio anno di Iveco – e ridotto sensibilmente parte dello storico gap con gli altri Paesi quanto a capitalizzazione in percentuale al Prodotto interno lordo. L’Italia è passata dal 37 al 43,1% e tutti questi sono dati concreti.

A differenza della stanca ripetizione dei miliardi ‘bruciati’, tipica dei telegiornali dopo sedute negative in Borsa. Un modo miope e semplicistico di raccontare i mercati, parte di un problema più ampio.

 

Di Fulvio Giuliani

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