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Il necessario

Con il Super Green Pass, questa volta volta, la politica ha fatto il suo dovere: prendere una decisione. Le istanze di una minoranza non possono tenere in ostaggio decine di milioni di persone.

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Tutto era ormai chiaro e definito da giorni, secondo una procedura che abbiamo imparato a conoscere (e nel nostro caso anche ad apprezzare), improntata alla gradualità nella severità. Il governo ha deciso di varare senza ulteriori attese il comunemente definito Super Green Pass, che limita in sostanza ai soli vaccinati o guariti la possibilità di accedere a gran parte della vita sociale. Niente ristoranti, bar, cinema, palestre, stadio, sci. Volendo cercare a tutti costi una sintesi giornalistica, il principio sancito dal nuovo decreto è il tramonto del tampone come misura alternativa al vaccino, con la rilevante eccezione dei luoghi di lavoro. Questi ultimi, del resto, non potevano che restar fuori dalle nuove regole, se non si voleva di fatto approdare a un’obbligatorietà vaccinale senza assumersi la responsabilità politica della decisione.

Davanti alla quarta ondata e all’oggettiva risalita del numero dei contagi, sia pure in misura enormemente inferiore a tanti Paesi vicini, si è scelto di procedere su due binari paralleli: un forte inasprimento delle restrizioni a carico di chi scelga liberamente di non vaccinarsi e un’importante spinta alle terze dosi.

Il Super Green Pass da solo, infatti, risulterebbe un’arma di relativa efficacia, ancor di più avendo deciso di ridurne di alcuni mesi la durata. Solo una decisa accelerazione sui richiami permetterà alla certificazione vaccinale di fare fino in fondo il suo mestiere.

Per fortuna, dietro il paravento di sconclusionate proteste via via più incomprensibili, ancora una volta la stragrande maggioranza degli italiani sta rispondendo molto bene all’appello alla razionalità. Nella fascia degli ultracinquantenni i numeri delle terze dosi sono già lusinghieri – anche se naturalmente dovremmo fare di più e più velocemente – mentre le recenti decisioni di aprire le prenotazioni anche agli over 40 e di portare la finestra successiva alla seconda dose a soli cinque mesi dovrebbero garantire la spinta decisiva alla nuova tornata di vaccini.

Queste le strade scelte, dunque, da cui non ci sarà modo di tornare indietro. Siamo confortati dagli ottimi risultati ottenuti, con le campagne dei richiami, in Gran Bretagna e Israele. Mentre nel Regno Unito resta un’alta incidenza di nuovi contagi, ma in un contesto sociale e di regole imparagonabile al nostro, in Israele gli effetti delle dosi ‘booster’ sono stati eccellenti, garantendo l’allungamento della protezione ben oltre i sei mesi previsti dalla letteratura scientifica e confermati dai dati ‘sul campo’.

Rilevante novità, rispetto a quanto accaduto pochi mesi fa con l’introduzione del primo Green Pass, la quasi totale scomparsa delle voci politiche d’opposizione alle misure. Il leader della Lega, Matteo Salvini, che ne aveva fatto una bandiera all’apparire della certificazione vaccinale in Italia, è stato rapidamente convinto ad allinearsi alle decisioni del governo dalla fortissima pressione dei presidenti di Regione del suo stesso partito.

Al punto che l’esecutivo ha varato il Super Green Pass anche per le zone bianche, le aree a minore incidenza di contagi, senza colpo (politico) ferire. Si parte, per quanto concerne le regioni ‘bianche’ dal solo periodo natalizio, ma la già ricordata gradualità suggerisce che una volta sancito il principio lo si potrà richiamare all’occorrenza. Se necessario. Le stesse critiche di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia appaiono più di prassi che di sostanza.

Questa volta la politica ha fatto il suo mestiere: prendere una decisione, assumendosene la responsabilità, nell’interesse del Paese. Le istanze di una minoranza, anche senza volerle giudicare, non possono tenere in ostaggio decine di milioni di persone.

di Fulvio Giuliani

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