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Max Gazzè e “L’ornamento delle cose secondarie”, tra suono e visione

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Abbiamo ascoltato con Max Gazzè il suo nuovo album “L’ornamento delle cose secondarie”, un disco fuori dal tempo, un’arca di Noè del suono

Max Gazzè

Max Gazzè e “L’ornamento delle cose secondarie”, tra suono e visione

Abbiamo ascoltato con Max Gazzè il suo nuovo album “L’ornamento delle cose secondarie”, un disco fuori dal tempo, un’arca di Noè del suono

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Max Gazzè e “L’ornamento delle cose secondarie”, tra suono e visione

Abbiamo ascoltato con Max Gazzè il suo nuovo album “L’ornamento delle cose secondarie”, un disco fuori dal tempo, un’arca di Noè del suono

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Immaginate di essere nel 2026: l’epoca della musica liquida, dei balletti su TikTok, della corsa allo streaming, dell’ascolto compresso dai telefoni e delle canzoni pensate per essere consumate più che ascoltate. Ora immaginate di essere Max Gazzè e di fregarsene completamente di tutte queste logiche per fare, semplicemente, arte. È da qui che bisogna partire per raccontare “L’ornamento delle cose secondarie”, un disco che non insegue il presente ma lo aggira, non asseconda il mercato ma si concede il lusso sempre più raro della visione. Un lavoro densissimo, dettagliato all’inverosimile, contro ogni logica produttiva odierna. A trent’anni dagli esordi, Gazzè firma un album che nasce dal recupero di materiali rimasti ai margini del suo percorso, “quelle cose che nel tempo sono state messe da parte, messe in secondo piano, abbandonate”. Il titolo racchiude già il senso dell’operazione: “Le cose sono secondarie fin quando non gli dai importanza per rimetterle al centro”. Il disco prende forma da testi scritti nell’arco di oltre trent’anni, compresi alcuni del fratello, già in parte attraversati nei primi lavori. Ma qui il punto non è solo il recupero archivistico. C’è piuttosto un lavoro quasi filologico sul valore semantico del suono, sul modo in cui la parola contiene già una propria musica: “Ho ripescato questi vecchi testi e ci ho lavorato musicando quello che era già il suono di queste parole”, racconta Gazzè. “Quando un testo ha delle assonanze, delle rime interne, consonanze, già è musica”.

È questa idea a rendere il disco così anomalo. Invece di piegare le parole alla forma della canzone, Gazzè costruisce la musica intorno al testo, lasciando che sia la sua respirazione a guidare il brano: “Ho evitato, non per forza ma spesso, che ci fosse bisogno di una strofa, un ritornello, strofa e così via”. Ne nasce una scrittura libera, più progressiva e atmosferica, che rifiuta il formato canzone. Il risultato è un disco che sembra davvero un’arca di Noè del suono. Dentro ci sono strumenti veri, armoniche inseguite una a una, tecniche di registrazione che appartengono a un’altra idea di musica e che qui tornano non come vezzo retrò ma come scelta poetica: “In questo disco non c’è neanche uno strumento campionato: tutti gli strumenti che ascolterete sono veri”, rivendica Gazzè.

La scelta più radicale riguarda l’intera accordatura del disco, registrato e suonato a 432 Hz. Anche in questo caso Gazzè rifiuta le scorciatoie della suggestione facile e rivendica una motivazione sonora: “Non è solo una forma di resistenza etica, in realtà è una scelta veramente armonica e sonora”, dice. Per lui il motivo è chiaro: “Mi sono accorto negli anni che le frequenze suonate a 432 si mischiano meglio insieme. Si genera una somma di frequenze che è più compatibile con la naturalezza e la percezione”.

Dietro questa intuizione c’è un lavoro enorme: strumenti costruiti appositamente, microfoni d’epoca, valvole, nastro analogico, riprese ambientali e una costruzione sonora pensata per catturare quante più armoniche possibili: “Ogni strumento ha tra i nove e i dodici microfoni per essere registrato”. Il senso, ancora una volta, è netto: “Non c’è niente di finto”. Anche il fruscio del nastro, oggi spesso considerato un difetto, torna qui a essere linguaggio: una traccia viva della registrazione, un segno di presenza. In un’epoca dominata dalla compressione da telefono e dal consumo veloce, “L’ornamento delle cose secondarie” riafferma il diritto della musica ad avere grana, profondità, corpo.

Ma il disco non è solo una sfida tecnica. Dentro c’è una riflessione continua sul tempo, sulla memoria, sulla perdita e sull’accettazione. Non sorprende quindi che anche la dimensione live segua la stessa logica del disco: niente passaggio veloce, niente consumo immediato, ma un tempo più lungo da abitare. Per presentare il disco Gazzè ha scelto infatti un tour teatrale di oltre 40 date, in partenza il 10 ottobre da Spoleto, costruito come una serie di residenze artistiche, con più sere consecutive nelle stesse città, quasi a trasformare ogni tappa in un racconto a più capitoli.

di Federico Arduini

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