Birthh racconta “Senza fiato”: “Tramite le canzoni prendo consapevolezza di cosa ho dentro”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Birthh sul suo nuovo disco “Senza fiato”, il primo completamente in italiano: “Cantare in italiano mi terrorizzava”
Birthh racconta “Senza fiato”: “Tramite le canzoni prendo consapevolezza di cosa ho dentro”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Birthh sul suo nuovo disco “Senza fiato”, il primo completamente in italiano: “Cantare in italiano mi terrorizzava”
Birthh racconta “Senza fiato”: “Tramite le canzoni prendo consapevolezza di cosa ho dentro”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Birthh sul suo nuovo disco “Senza fiato”, il primo completamente in italiano: “Cantare in italiano mi terrorizzava”
Con “Senza fiato”, primo album in italiano dopo tre dischi in inglese, Birthh (Alice Bisi, cantautrice e produttrice italiana) firma un passaggio decisivo del proprio percorso. Uscito il 24 aprile per Carosello Records, il lavoro nasce a New York ed è il frutto di un tempo lungo, opposto alla frenesia con cui oggi spesso si consuma la musica. Dentro c’è un’identità che cambia, una lingua da ritrovare, una città vissuta per davvero e non usata come semplice fondale. Il disco, interamente prodotto a New York da Birthh con Chef P, ha un suono internazionale ma non rinuncia a una forte matrice personale.

L’impianto urban e alternative-pop si apre a una scrittura che guarda anche al cantautorato italiano, con un equilibrio raro tra immediatezza e visione. Soprattutto, evita quella monocromia che spesso impoverisce il pop contemporaneo: qui la produzione si muove, cambia pelle. “Il disco parla degli ultimi tre anni della mia vita”, ci racconta Birthh. “Ha avuto un processo molto lento. Oggi è quasi una lotta prendersi così tanto tempo per far uscire delle canzoni, ma io ci tenevo a fare qualcosa che fosse davvero un percorso completo”.
È probabilmente questa la sua prima qualità: “Senza fiato” non sembra una raccolta di brani, ma una traiettoria: “Tutte le canzoni sono un pezzettino della mia consapevolezza che va avanti”, dice ancora. Il cuore del disco è anche nella lingua. Dopo anni di scrittura in inglese, Birthh ha scelto di tornare all’italiano proprio da New York, quasi per nostalgia e per bisogno di riavvicinarsi a qualcosa di originario: “Scrivere in italiano mi terrorizzava tantissimo. Non mi sentivo in grado, non mi sentivo all’altezza”. Lo sblocco è arrivato poco a poco, attraverso il freestyle e un lavoro minuzioso sulla precisione delle immagini: “Il lavoro è stato rimpicciolire le immagini, renderle più uniche, più mie, più personali”. Un passaggio decisivo, perché in queste canzoni il racconto procede spesso proprio per immagini, quasi per scene.
Non a caso il cinema è una presenza sotterranea ma costante nel disco: “Guardo tantissimi film”, dice Birthh e la cosa si sente. È una scrittura visiva, capace di restituire il contrasto tra la durezza e l’abbaglio della metropoli e una vulnerabilità sempre esposta. E anche quando il disco si fa più intimo, non perde mai precisione. In un brano come “Inferno”, per esempio, il racconto personale si allarga fino a sfiorare una dimensione generazionale, quella di una fine dei vent’anni vissuta come corsa continua verso un futuro sempre instabile: “Tramite la scrittura riesco a prendere consapevolezza di cose che ho dentro” spiega l’artista.

E parlando di “Bene (da sola)”, uno dei brani centrali dell’album, aggiunge: “L’ho scritto perché avevo bisogno di sentirmelo dire”. È forse questo uno dei nuclei più forti del disco: la capacità di trasformare un’urgenza privata in qualcosa di condivisibile. Alle spalle c’è una storia particolare: rimasta bloccata a New York nel marzo 2020, Birthh ha scelto di trasferirsi a Brooklyn e da allora non è più tornata indietro. È lì che ha preso forma questa nuova fase artistica, in bilico tra l’Italia e l’America, tra appartenenza e sradicamento.
“Senza fiato” nasce esattamente in questo spazio emotivo: quello di chi cerca una nuova identità senza smettere di interrogare le proprie radici. Il risultato è un disco maturo, stratificato, prodotto con intelligenza e abitato da una scrittura finalmente libera di muoversi nella lingua madre senza timidezze. Un lavoro che conferma come l’urban, quando incontra personalità e visione, possa diventare tutto tranne che uniforme. E soprattutto un disco che, nel raccontare il disordine di un passaggio di vita, riesce a trovare una forma nitida, intensa, profondamente vera.
di Federico Arduini
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- Tag: musica
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