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Giulio Nenna racconta “In My Past Life”: “Un universo coerente in cui riconoscere una parte più profonda del mio linguaggio”

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Da venerdì 17 aprile è disponibile in digitale “In My Past Life”, il nuovo album strumentale di Giulio Nenna, produttore multiplatino

Giulio Nenna

Giulio Nenna racconta “In My Past Life”: “Un universo coerente in cui riconoscere una parte più profonda del mio linguaggio”

Da venerdì 17 aprile è disponibile in digitale “In My Past Life”, il nuovo album strumentale di Giulio Nenna, produttore multiplatino

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Giulio Nenna racconta “In My Past Life”: “Un universo coerente in cui riconoscere una parte più profonda del mio linguaggio”

Da venerdì 17 aprile è disponibile in digitale “In My Past Life”, il nuovo album strumentale di Giulio Nenna, produttore multiplatino

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Da venerdì 17 aprile è disponibile in digitale “In My Past Life”, il nuovo album strumentale di Giulio Nenna, produttore multiplatino, compositore e direttore d’orchestra che con questo progetto inaugura una nuova fase del proprio percorso artistico. Dopo anni trascorsi a muoversi dietro le quinte del pop italiano contemporaneo, Nenna sceglie ora di mettersi in primo piano con un lavoro personale, evocativo e profondamente cinematografico. Radicato nella tradizione italiana ma aperto a una visione internazionale, “In My Past Life” costruisce un linguaggio sonoro in cui la chitarra diventa centro espressivo, affiancata da archi, atmosfere cameristiche e aperture narrative dal respiro visivo. Tango, flamenco e suggestioni mediterranee si intrecciano in un disco che non cerca l’immediatezza del formato pop, ma una forma più libera, essenziale e profondamente emotiva.

Dopo collaborazioni con artisti come Irama, Shiva, Ana Mena, Alfa, Rkomi e Ste, oltre a un percorso che lo ha visto dirigere orchestre e firmare produzioni di grande successo, Giulio Nenna apre così un nuovo capitolo: un progetto strumentale che mette al centro identità, ricerca e visione.

Partiamo dal disco: come nasce “In My Past Life” e perché hai scelto proprio la forma strumentale?*

Prima di iniziare il mio percorso come produttore nella musica pop, circa dieci anni fa, arrivavo da studi e approfondimenti che andavano dalla musica classica fino a tradizioni che definisco mediterranee: il Sud Italia, i Balcani, il flamenco. Quel mondo ce l’avevo già dentro. Poi il pop mi ha assorbito totalmente per anni, ma a un certo punto ho sentito l’esigenza di tornare a esprimermi in una forma diversa, più libera. La scelta dello strumentale è venuta in modo spontaneo, perché io resto prima di tutto un musicista, e quello è il linguaggio che sento più immediato. In più, la musica strumentale non ha barriere linguistiche: per sua natura può parlare a tutti, e questo progetto nasceva anche con una vocazione internazionale.

Quindi è stato anche un gesto di libertà artistica?

Assolutamente sì. Ho iniziato circa un anno fa a raccogliere appunti, idee e suggestioni sedimentate nel tempo, con la volontà di aprire un capitolo nuovo. Volevo realizzare qualcosa che rispondesse prima di tutto a un’esigenza artistica, non a una logica di mercato o di risultato immediato. Per questo ho scelto di farlo in maniera totalmente autonoma e indipendente, così da poter controllare ogni aspetto del progetto esattamente come lo immaginavo.

Oggi però il mainstream sembra sempre più orientato sulla parola, sul testo, più che sull’aspetto musicale. Come si colloca la tua scelta in questo scenario?

Io credo che viviamo in un’epoca satura di parole. Siamo bombardati continuamente da informazioni, messaggi, contenuti, e questo accade anche nella musica. A volte ho la sensazione che molte parole abbiano perso potenza emotiva proprio perché vengono usate e abusate. In certi casi il non detto, oppure semplicemente l’accostamento tra una nota, un’immagine e una sensazione, riesce ad aprire dentro l’ascoltatore uno spazio più profondo di quanto faccia una parola ripetuta all’infinito. La musica strumentale, da questo punto di vista, è per me una scelta molto forte: ti obbliga ad ascoltare davvero e lascia a chi ascolta la libertà di scrivere dentro di sé il proprio significato.

È un po’ come accade nel cinema, quando una scena senza dialoghi riesce a dire tutto  

Esatto. Una scena costruita solo attraverso immagini e musica può aprire mondi interiori che spesso le parole non riescono a spiegare. È anche per questo che il progetto ha una forte dimensione cinematografica. Mi interessa una musica che evochi, che suggerisca, che accompagni un immaginario senza chiuderlo in un significato univoco.

Nel tuo percorso colpisce molto la quantità di strade attraversate: formazione classica, tradizioni musicali diverse, pop, orchestra. Quanto conta oggi questa contaminazione?

Conta tantissimo. Per me la personalità artistica nasce proprio da lì, da un percorso vero, stratificato, fatto di studio, curiosità e anche di coraggio. Oggi il mercato discografico ha una velocità impressionante e questo spinge molti a lavorare soprattutto per reference, per imitazione, per adattamento ai trend. Ma è un approccio che rischia di diventare miope, perché ti rende dipendente dalle mode. Io ho sempre guardato a figure capaci di attraversare epoche e linguaggi diversi senza perdere identità.

Hai in mente qualche modello preciso?

Per esempio Ennio Morricone è per me un riferimento enorme. È uno di quei musicisti che hanno saputo tenere insieme scrittura popolare, ricerca, musica per immagini e sperimentazione, mettendo sempre al centro una voce personale fortissima. Ecco, io credo che la chiave sia proprio questa: studiare, capire quali sono le corde più autentiche che hai dentro e poi avere la pazienza di costruire nel tempo qualcosa di riconoscibile. Magari non esplodi subito, magari non fai il boom di un anno, ma puoi costruire una traiettoria più solida e più vera.

Questa idea di identità oggi sembra quasi una sfida, soprattutto in Italia 

Sì, perché spesso si tende a guardare a ciò che funziona e a riproporlo in nuove forme, più che a cercare una voce propria. È una dinamica comprensibile, ma alla lunga impoverisce. E secondo me in Italia pesa anche un altro aspetto: abbiamo perso una parte dell’orgoglio verso il nostro patrimonio musicale. Un tempo la musica italiana aveva una forza internazionale enorme, oggi molto spesso ci limitiamo a rincorrere modelli arrivati da fuori. Invece credo che dovremmo tornare a valorizzare di più la nostra tradizione, anche in chiave contemporanea.

In questo senso il Mediterraneo, che tu citi spesso, è più di un riferimento sonoro: è quasi una posizione culturale

Quando parlo di Mediterraneo non intendo una formula estetica vaga, ma un’identità culturale precisa. È uno spazio di incontro tra linguaggi, ritmi, memoria, luce, tensione narrativa. E per me è un terreno molto fertile per costruire qualcosa che abbia radici ma anche respiro internazionale.

Hai citato anche artisti che oggi, all’estero, stanno dimostrando che la musica strumentale può avere un pubblico ampio

Sì, ed è un segnale importante. Penso a progetti come quelli di Sofiane Pamart o degli Hermanos Gutiérrez, che stanno portando musica strumentale in tutto il mondo con risultati enormi. Questo dimostra che esiste un pubblico che sente il bisogno di uno spazio diverso, meno saturo, meno gridato. Forse proprio adesso sta emergendo una nuova disponibilità all’ascolto.

Secondo te questo bisogno crescerà anche come reazione al presente e magari anche all’intelligenza artificiale?

Secondo me sì. L’intelligenza artificiale renderà sempre più facile produrre musica formalmente perfetta, patinata, standardizzata. E proprio per questo la differenza vera sarà nell’identità, nel carattere, nella verità. Le produzioni “di plastica” diventeranno sempre più accessibili, ma quello che non si può replicare facilmente è la complessità di uno sguardo personale. Alla fine, come nelle persone, se non hai davvero qualcosa da dire, si sente subito.

Torniamo allora al disco: perché questo titolo, “In My Past Life”?

Perché tutto il progetto nasce da una riflessione sul tempo. Il tempo è una delle dimensioni fondamentali della musica, ma anche della nostra esistenza. Negli ultimi anni mi sono reso conto di aver perso una certa profondità nel modo di vivere il tempo e quindi anche nel modo di vivere me stesso. Questo disco nasce dal bisogno di recuperare quella profondità, di rallentare, di osservare, di tornare a scrivere senza l’ansia della prestazione o della scadenza.

È quindi anche un disco molto personale 

Sì, profondamente. Il mio percorso nella musica è iniziato attraverso coincidenze, svolte, scelte che mi hanno portato lontano da un’altra strada che avevo intrapreso, quella dell’economia. Questo mi ha sempre fatto riflettere sull’idea che dentro di noi esista qualcosa che viene da più lontano: una vocazione, un’energia, una direzione da seguire. “In My Past Life” nasce da qui, dall’idea che le nostre scelte non siano soltanto il prodotto del presente, ma abbiano a che fare con qualcosa di più profondo.

E questa riflessione come si traduce nella struttura del disco?

Si traduce in una narrazione simbolica. Ho voluto mettere alcuni capisaldi esistenziali come punti di orientamento: la nascita, l’amore, la morte intesa come passaggio, la rinascita. Sono temi che non volevo trattare in modo didascalico, ma evocare attraverso la musica, attraverso capitoli che aprissero spazi interiori più che dare risposte. Anche i videoclip che accompagnano il progetto vanno in questa direzione.

Insomma, più che un disco da consumare, un disco da attraversare  

Sì, direi che è proprio così. È un lavoro che chiede tempo, ascolto, disponibilità a entrare in una dimensione diversa. Per me era importante che fosse questo: non un prodotto costruito per rincorrere qualcosa, ma un universo coerente in cui poter finalmente riconoscere una parte più profonda del mio linguaggio.

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