Piero Sidoti: “Con Sposa ribalto la favola del principe azzurro”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Piero Sidoti, cantautore, attore teatrale e cinematografico e Targa Tenco
Piero Sidoti: “Con Sposa ribalto la favola del principe azzurro”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Piero Sidoti, cantautore, attore teatrale e cinematografico e Targa Tenco
Piero Sidoti: “Con Sposa ribalto la favola del principe azzurro”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Piero Sidoti, cantautore, attore teatrale e cinematografico e Targa Tenco
Con “Sposa”, Piero Sidoti affronta con il linguaggio del teatro-canzone un tema ancora molto presente nell’immaginario collettivo: quello del principe azzurro e degli stereotipi che continuano ad accompagnare l’idea tradizionale della relazione. Il brano, costruito su toni ironici e teatrali, racconta il momento in cui una donna smaschera la retorica della galanteria e prende consapevolezza di sé, ribaltando dinamiche di possesso e paternalismo. Anche il videoclip, in bianco e nero, accompagna questo percorso di emancipazione attraverso un racconto simbolico che attraversa epoche e modelli culturali diversi. Da qui siamo partiti per parlare con Sidoti del significato del brano, del rapporto tra ironia e scrittura e del modo in cui oggi una canzone possa ancora interrogare il presente.

Partiamo dalla domanda più immediata: come nasce “Sposa”, e da dove arriva questo ribaltamento della figura del principe azzurro?
Il brano nasce da una richiesta di partecipazione a una convention sulla parità di genere. Al di là del tema in sé, che è complesso e ha implicazioni anche molto concrete e politiche, mi sono soffermato su un piccolo archetipo culturale che secondo me continua a pesare: quello del principe azzurro, di questa figura che arriva a cavallo e promette di risolvere la vita a qualcun altro. Ecco, quella è un’idea che non funziona mai, né se riguarda un uomo né se riguarda una donna. In un rapporto vero, l’amore dovrebbe semmai spingere l’altro verso l’autonomia, non verso la dipendenza. Da lì mi è venuta voglia di prendere quella fiaba e ribaltarla
In effetti è interessante, perché il principe azzurro resta un archetipo ancora molto presente nell’immaginario. C’è ancora qualcosa da scardinare, secondo te?
Sì, anche se in molte parti della società questo modello è già stato messo in discussione. Però restano ancora sacche di resistenza piuttosto evidenti. Il punto, per me, è molto semplice: l’amore è bellissimo, il matrimonio è bellissimo, ma tra due soggetti pienamente autonomi. Nessuno dei due deve essere più importante dell’altro, nessuno deve “regalare” la vita all’altro. La bellezza sta proprio nel costruire qualcosa insieme, da una posizione di pari dignità
Ti faccio una domanda più ampia: secondo te la canzone può ancora avere una funzione di questo tipo, cioè raccontare, mettere in discussione, suggerire uno sguardo diverso sulle cose?
Assolutamente. Forse un po’ questa funzione si è persa, o comunque si è fatta meno centrale, ma io credo che la canzone possa ancora averla. La sua funzione primaria resta quella di emozionare, certo. Però può anche insinuarsi nelle cose, lavorarle in profondità. Io cerco di farlo attraverso l’ironia, perché l’ironia consente di scardinare certi meccanismi in modo leggero. E la leggerezza, secondo me, entra molto più in profondità della pesantezza, che spesso invece resta in superficie
Dal punto di vista musicale, “Sposa” ha una melodia che resta subito in testa. È nata in modo spontaneo?
Le canzoni per me nascono quasi sempre da immagini o da emozioni. A volte anche da una frase. In questo caso credo che tutto sia partito proprio da quell’immagine del “principe azzurro”, dal contrasto tra il mantello, l’eleganza, l’immaginario fiabesco e quello che può esserci davvero dietro. È da lì che poi si è sviluppata anche la melodia
Anche il videoclip gioca molto con questo immaginario e in qualche modo amplia il racconto della canzone. Com’è nato?
È stata una delle esperienze artistiche più divertenti che abbia fatto. All’inizio l’idea era usare materiali visivi che richiamassero certi film antichi, ma poi ci siamo scontrati con tutti i problemi di copyright. A quel punto, quasi per gioco, ho iniziato a sperimentare con l’intelligenza artificiale e mi sono reso conto che poteva diventare uno strumento creativo molto interessante. Avevo già in testa immagini molto precise, e l’AI mi ha aiutato a tradurle in forma visiva con una coerenza sorprendente. Poi certo, il materiale è stato anche rifinito da professionisti, ma il processo è stato davvero stimolante

Quindi, in questo caso, l’intelligenza artificiale è stata un’alleata. Che rapporto hai con questo strumento?
Io penso che possa essere amica, dipende sempre da come la si usa. Il problema vero è che oggi siamo ancora in una sorta di far west. Andrebbe normata molto meglio, e andrebbe fatta anche una grande opera di educazione, perché resta comunque un calcolatore, per quanto potentissimo. Il tema è capire che cosa ci facciamo. In ambito creativo può anche offrire possibilità sorprendenti, ma bisogna maneggiarla con consapevolezza
Questo brano come si inserisce nel momento che stai vivendo artisticamente? È un episodio singolo o fa parte di qualcosa di più ampio?
Fa parte di un progetto più grande. Ho già pronte diverse canzoni e l’idea è quella di arrivare a un disco. Parallelamente c’è anche un altro lavoro, legato allo spettacolo “RiconoScienza” che porto avanti con il professor Mauro Ferrari. Sono due percorsi diversi, ma entrambi molto vivi. E nel caso del nuovo disco mi piacerebbe che ci fosse anche una componente teatrale, perché tendo sempre a far dialogare queste due dimensioni
E come lavori su questo intreccio tra canzone e teatro?
Spesso le canzoni scritte in uno stesso periodo hanno un filo conduttore naturale, anche se non lo decidi a tavolino. Trovare il contenitore che le tenga insieme è una delle cose che mi diverte di più. Mi interessa molto creare un racconto più ampio, ma è un equilibrio delicato: se la drammaturgia è troppo forte, si mangia le canzoni; se è troppo debole, accade il contrario. È una sfida complessa, ma anche molto bella.
In un mondo sempre più iperconnesso e attraversato dall’intelligenza artificiale, ti sembra che il rapporto diretto con il pubblico stia diventando ancora più importante?
Sì, secondo me sì. Proprio perché tra poco sarà sempre più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che è generato, il momento vissuto insieme acquisterà ancora più valore. Il teatro, il concerto, l’emozione condivisa: saranno sempre più centrali. Il video, in prospettiva, rischia di non essere più una prova di realtà. Invece il fatto di esserci, di vedere una persona davanti a te, di vivere qualcosa insieme, quello resterà fondamentale
Quindi il live diventa quasi una forma di verità?
Sì, in qualche modo sì. O almeno di presenza autentica. E credo che questo, nei prossimi anni, conterà sempre di più
di Federico Arduini
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- Tag: musica
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