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Se è inutile non è di design

Bilancio più che positivo per il Salone del Mobile appena conclusosi a Milano. Il design è al centro del programma e si sa: o lo si odia o lo si ama. Ma sappiamo davvero cos’è? 

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La 59esima edizione del Salone del Mobile di Milano si è appena conclusa con una standing ovation.
Il bilancio è di circa 60 mila presenze di cui quasi la metà dall’estero, 425 brand espositori, 170 studenti da 22 Paesi diversi e un engagement social altissimo: soltanto il sito (senza contare le piattaforme social dedicate) ha registrato 1,5 milioni di visualizzazioni.

Non sono cifre a caso se si considera il periodo, il blocco forzato di eventi fieristici e le evidenti difficoltà di tirar su un progetto sicuro ma vivace allo stesso tempo. Un’edizione rimasta in forse fino all’ultimo, confermata soltanto 4 mesi fa con la relativa nomina all’architetto Maria Porro come presidentessa della kermesse che, sin da subito, ha imposto il Green Pass obbligatorio (ancor prima del Governo) e coinvolto l’intera città di Milano nel raggiungimento dell’obiettivo di qualità in piena sicurezza.

Il mondo del design, insomma, non conosce crisi e non si fa intimorire nemmeno dal Covid, nonostante non tutti ne apprezzino i contorni fino in fondo. Il design divide, venendo spesso banalizzato, a volte snobbato, altre ancora idolatrato.

Ciò che appare chiaro è che resta di sicuro uno dei concetti più fraintesi in epoca contemporanea; spesso associato ad estetica e lusso è, in realtà, sinonimo di progettazione.
Progettazione e realizzazione di oggetti sia materiali che concettuali con scopi ben precisi: risolvere dei problemi.

Se è inutile non è di design, se non semplifica la vita è puro vezzo estetico. Potremmo collocarlo in una terra di mezzo fra arte ed ingegneria, fra sostanza e forma. La ruota, ad esempio, uno dei primi oggetti ideati dall’uomo, è già di per sé un oggetto di design nella sua giusta accezione.

Certo, è indiscutibile la sua evoluzione negli anni verso altissime forme di perfezionismo e, talvolta, stucchevolezza estetica.
Alle origini, nell’Ottocento, nacque come corrente simil filosofico-sociologica. Nel 1851 il termine design venne discusso durante la Prima Esposizione Universale in Inghilterra come reazione alla produzione di oggetti di consumo di massa in epoca vittoriana: fu l’architetto William Morris ad aprire una battaglia contro l’omologazione e meccanizzazione produttiva in favore di una conservazione artistica ed artigianale.
Un protezionismo estetico, oseremmo dire.

Da quel momento il design assunse una propria identità diramandosi in branche di studi diverse: design del prodotto, design degli ambienti e degli spazi e design della comunicazione con l’avvento di internet. Una storia che abbraccia diverse discipline e correnti, che non sa e non vuole rinunciare all’estetica in favore della funzionalità, e viceversa.

Indubbiamente design, arte e storia contemporanea vanno a braccetto: celebre è ad esempio negli anni 20’ del Novecento il movimento dell’Art Decò, caratterizzato da oggetti industriali dalle forme sinuose o geometriche con colori pop o il movimento dell’Anti-Architecture negli 60’ (declinato in Italia nel Movimento dell’Arte Povera) come denuncia all’architettura post guerra mondiale distinta da blocchi di cemento armato impersonali ed asettici.
Il design entra così a pieno titolo nel nostro ambiente anche senza volerlo.

Un settore vasto e variegato divenuto, indubbiamente, motore economico del nostro Paese e caposaldo della sostenibilità in tutte le sue declinazioni possibili.

Il design crea la cultura. La cultura modella i valori. I valori determinano il futuro” spiega Robert L. Peterson, uno dei massimi esperti di graphic design.
Un arco teso verso il futuro, quindi, partendo proprio dal nostro presente a volte così sgangherato ma mai e poi mai da buttare.

Ed allora viva anche la forma senza la quale la sostanza perderebbe il giusto valore.

 

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