Il premio Nobel assegnato a Giorgio Parisi, fisico dell’Università “La Sapienza” di Roma e dell’Istituto nazionale di Fisica nucleare, è uno straordinario risultato per il ricercatore, ma anche per l’università. Un aspetto che dovremmo imparare a considerare in modo molto più composito, rispetto alle abitudini italiane.
Siamo onesti: una volta esauriti complimenti e convenevoli, le possibilità che la stessa “Sapienza” di Roma sappia sfruttare fino in fondo la gigantesca spinta derivata da un Nobel restano limitate. Conseguenza del modo stesso in cui si gestisce un’università, specie se pubblica, nel nostro Paese. Pur avendo compiuto rilevanti passi in avanti, infatti, una buona parte degli atenei resta lontana da una conduzione manageriale. Anche per l’atavica diffidenza del mondo della ricerca e dell’insegnamento nei confronti delle imprese e del business. L’idea che un rettore debba essere anche un manager capace e che questa sua qualità abbia dignità e valore perlomeno pari a quelle accademiche resta estranea a troppe università italiane. Perché lontana dalla nostra cultura e dalla perdurante impostazione gentiliana del sistema scolastico.
Il Nobel assegnato ieri deve avvantaggiare (anche economicamente, ci mancherebbe) lo stesso Giorgio Parisi, ma essere sfruttato subito dopo da “La Sapienza”.
L’ Ateneo, a parte le interviste di rito, dovrebbe valorizzare in tutti i modi possibili l’aver contribuito a un simile risultato. Come? Facendo arrivare a Roma i migliori studenti al mondo e innescando un processo virtuoso fra le aziende interessate e le loro attività di sponsorship e mentorship con l’Università. Programmi estesi di borse di studio, in stile anglosassone, che possano contribuire ad attrarre i talenti in circolazione. Questi ultimi, vista la concorrenza spietata, vanno convinti con la possibilità di formarsi nel ‘Dipartimento del premio Nobel’ e di sfruttare le migliori opportunità di carriera offerte dalle aziende.
Un Nobel non deve mai restare una sia pur gigantesca soddisfazione personale. Lo stesso sacrosanto obiettivo di vincerne quanti più possibile dovrebbe essere una conseguenza di un sistema funzionale a tutti gli attori che abbiamo provato a elencare. Il Premio Nobel non è un Oscar e non è una competizione sportiva. In quest’ottica scrivevamo ieri di alcune pessime abitudini delle nostre università (come degli ospedali e dei centri di ricerca): i concorsi ritagliati ‘su misura’ degli amici degli amici e il procedere per cooptazione. Sono due fra le cause delle arretratezze del sistema universitario italiano, ma anche l’effetto di una mentalità: continuare a considerare una vergogna l’affiancare il business allo studio e alla ricerca.
di Fulvio Giuliani
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Tag: Premio Nobel
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