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Minà

Minà, il cronista empatico 

Maestro di un giornalismo empatico ma non accomodante, Minà perseguiva l’obiettivo di stimolare con le proprie domande la parte intellettuale ed emotiva del proprio interlocutore

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Minà, il cronista empatico 

Maestro di un giornalismo empatico ma non accomodante, Minà perseguiva l’obiettivo di stimolare con le proprie domande la parte intellettuale ed emotiva del proprio interlocutore

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Minà, il cronista empatico 

Maestro di un giornalismo empatico ma non accomodante, Minà perseguiva l’obiettivo di stimolare con le proprie domande la parte intellettuale ed emotiva del proprio interlocutore

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Maestro di un giornalismo empatico ma non accomodante, Minà perseguiva l’obiettivo di stimolare con le proprie domande la parte intellettuale ed emotiva del proprio interlocutore

A un anno dalla scomparsa di Gianni Minà, oggi pomeriggio a Roma (presso la Casa del Cinema, dalle 18.30, ingresso gratuito) c’è una bella occasione per ricordarlo. È la proiezione di “Gianni Minà, a voce alta”, una raccolta di materiali inediti girati tra il 2003 e il 2005 in occasione del Forum Social Mundial di Porto Alegre, che a oggi rappresentano l’unica documentazione estesa di quell’evento. Sarà anche l’occasione per presentare la nuova piattaforma dedicata al celebre archivio del giornalista, all’interno del quale saranno raccolti i racconti e le testimonianze degli uomini e degli eventi che hanno segnato il ventesimo secolo, realizzati in oltre sessant’anni di carriera.

Per sua stessa ammissione Minà subì sempre il fascino dei personaggi controcorrente. Non a caso, dopo gli esordi sulla carta stampata, aveva iniziato in Rai commentando l’Olimpiade di Roma, nella quale il mondo scoprì un giovane pugile del Kentucky: Cassius Clay. Il futuro Muhammad Ali lo folgorò, con quel mix di forza, carisma e arroganza che poi ne avrebbero forgiato l’immagine. Con il campione statunitense Minà ebbe poi numerosi incontri, il più memorabile dei quali resta senza dubbio quello del 1975. Durante l’intervista davanti alle telecamere, si vede Ali prendere il giornalista, trascinarlo nell’inquadratura e dire guardando dritto nell’obiettivo: «Vedete quest’uomo? Mi segue da dieci anni e lo farà per altri dieci, perché sa anche lui che sono il migliore».

Maestro di un giornalismo empatico ma non accomodante, Minà perseguiva l’obiettivo di stimolare con le proprie domande la parte intellettuale e quella emotiva del proprio interlocutore. Riusciva a destrutturare l’immagine del personaggio lasciando che fosse l’essere umano a emergere. Fu così anche per un altro grande dello sport: Diego Armando Maradona. Squalificato per doping durante i Mondiali di calcio del 1994 negli Stati Uniti, l’indimenticato fuoriclasse argentino aveva deciso di negarsi alla stampa. Parlò soltanto con Minà, a cui affidò le sue confessioni di uomo nel momento più buio della propria vita. Le capacità empatiche del giornalista piemontese (era nato a Torino nel 1938) emersero anche nel celebre incontro-fiume del 1987 con Fidel Castro (confluito poi nel documentario dal titolo “Fidel racconta il Che”) che renderà Minà celebre in tutto il mondo e in cui l’approccio con il pensiero del leader cubano avviene in un modo lontano dai canoni tradizionali. Favorendo così la formazione di una libera opinione nello spettatore e assumendo quindi un connotato politico del tutto spontaneo.

Fra carta stampata, tv e libri, Minà ha raccontato il tempo che si muoveva sulla falsariga del suo amico Eduardo Galeano quando affermava che «il cammino si fa andando». Come nei suoi reportage sull’America Latina, con cui aveva fotografato e raccontato una parte di mondo attraverso storie e personaggi apparentemente non importanti, eppure essenziali per comprendere l’evoluzione e i mutamenti verso cui andava incontro la cultura di quei Paesi.

L’immagine che più di ogni altra racconta Minà è quella di una cena. Con lui, davanti all’obiettivo, ci sono Sergio Leone, Robert De Niro, Muhammad Ali e Gabriel García Márquez. Quattro giganti del nostro tempo uniti dall’amicizia verso quel giornalista capace di fare dell’empatia un veicolo per favorire la conoscenza. Una qualità che ora, con la diffusione dei suoi documenti d’archivio, forse potremmo provare a comprendere meglio. Nel giornalismo come nella vita di ogni giorno. Per accogliere il pensiero di chi abbiamo di fronte, senza farci corrompere dalla tentazione dell’aggressività.

di Stefano Faina e Silvio Napolitano

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