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Omnibus, il primo rotocalco con foto parlanti

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La travagliata storia di “Omnibus”, nato nel 1937 per volere di Mussolini per dare lustro al fascismo. La direzione di Leo Longanesi lo trasformò in un successo editoriale che “fu tutto, fuorché “megafono del regime”.

Omnibus, il primo rotocalco con foto parlanti

La travagliata storia di “Omnibus”, nato nel 1937 per volere di Mussolini per dare lustro al fascismo. La direzione di Leo Longanesi lo trasformò in un successo editoriale che “fu tutto, fuorché “megafono del regime”.
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Omnibus, il primo rotocalco con foto parlanti

La travagliata storia di “Omnibus”, nato nel 1937 per volere di Mussolini per dare lustro al fascismo. La direzione di Leo Longanesi lo trasformò in un successo editoriale che “fu tutto, fuorché “megafono del regime”.
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Corre l’anno 1937 quando Mussolini affida a Leo Longanesi la direzione di un nuovo giornale che dia lustro al fascismo. Longanesi l’intitola “Omnibus”, al duce piace poco ma s’accontenta. Il primo numero esce il 3 aprile col sottotitolo “Settimanale di attualità politica e culturale” ed è subito un successo: 42mila copie vendute. L’articolo che lo apre, però, fa incollerire Mussolini, al quale per l’occasione scappa una bestemmia: è un fondo, accompagnato da una grande foto, sul presidente del Consiglio francese Léon Blum. “Omnibus” si rivela subito un periodico confezionato con cura e tecniche innovative (la stampa rotocalco, innanzitutto). Come dal nome, è destinato a tutti e vi è di tutto, coniuga qualità e gusti popolari. Non vi è spazio solo per la politica e l’attualità, ma anche per la cultura, il costume e la satira. Memorabili alcune rubriche: “Guerra e pace” di Ricciardetto tratta la politica internazionale, il “Sofà delle muse” di Arrigo Benedetti la letteratura, “Giorno e notte” di Pannunzio il cinema, “Palchetti romani” di Savinio il teatro, “Il Sorcio nel violino” di Bruno Barilli la musica, “Il ventaglio di Mariù” di Irene Brin la moda. Vi è pure una pagina di finanza e l’ultima è arricchita da vignette, di Maccari soprattutto, e da una fotografia. Già, la fotografia: per la prima volta nel nostro giornalismo le foto, anche giganti in un periodico di 16 paginone, danno risalto alle notizie. Non disponendo di molti soldi, Longanesi deve accontentarsi di poche firme allora di primo piano. Non è un problema: col suo fiuto, i talenti sa come scovarli. Ed ecco giungere dal “Marc’Aurelio”, dove scrive note di costume, Augusto Guerriero: Longanesi lo convince a occuparsi di politica estera e nasce Ricciardetto, lo pseudonimo con cui si affermerà sui giornali; dal “Tevere” di Interlandi, dove pubblica a puntate il poemetto “Fiume” per l’ilarità di Montanelli e Pannunzio, arriva Vitaliano Brancati: Longanesi gli dice di non sprecare il suo talento e di scrivere «un romanzo sulle corna di Catania». Tanti grandi nomi (oggi) della letteratura italiana e straniera lasciano il segno su “Omnibus”: da Montale a Moravia, da Hemingway a Steinbeck, senza dimenticare Buzzati che vi pubblica tre racconti con lo pseudonimo Giovanni Drogo, il protagonista de “Il deserto dei tartari”. Il periodico è un modello per i rotocalchi del dopoguerra e – dopo il primo anno raggiunge una tiratura di 100mila copie – ha notevole forza mediatica. Non però nella direzione indicata: per Montanelli, è «il rifugio del dissenso dal consenso». Longanesi detesta la retorica e “Omnibus” tutto è meno che un megafono del regime. Non stupisce perciò se il 2 febbraio del 1939 al prefetto di Milano giunge un telegramma del Minculp che dispone di farne sospendere le pubblicazioni. Non solo per colpa di quell’impertinente di Savinio che, nel centenario della morte di Leopardi, addebita la sua scomparsa alla ‘cacarella’ provocata dai sorbetti consumati in poco igienici Caffé napoletani.    di Antonino Cangemi

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