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Il mare in Costiera Amalfitana è troppo salato

Una terra che assomiglia al paradiso può trasformarsi in un inferno se non maneggiata con cura. Ma chi ha le responsabilità di questo sfruttamento ostinato? Chi controlla il controllore, direbbe qualcuno.

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C’è un libro, di uno scrittore che amo molto che si chiama Raphael Bob-Waksberg: s’intitola “Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata”. Mi ha fatto pensare alla mia Costiera Amalfitana: un paradiso terrestre capace di trasformarsi in un girone dell’inferno turistico se non maneggiata con cura.
Spesso ingabbiata in un turismo d’élite che esclude, volontariamente, una larga fetta di persone – anche e soprattutto local– desiderose di conoscerne le bellezze senza però ricorrere ad un prestito bancario.

Prezzi troppo alti, trasporti non sempre adeguati alla conformazione del territorio, piccole spiagge brutalmente invase da stabilimenti privati che sembrano disinteressarsi al concetto di libertà del suolo pubblico.
Una triade perfetta da demolire prima che demolisca lei quest’oasi.

La Costiera Amalfitana

Dichiarata patrimonio dell’UNESCO nel 1997, la Costiera Amalfitana (Salerno) si estende per 55 km da Vietri sul Mare a Positano: comprende in totale 16 piccoli comuni, ognuno con la sua storia, le sue “torri” di vedetta e i suoi prodotti tipici.

Come per altri tesori del nostro Paese, ne venne scoperto il fascino solo nell’Ottocento grazie al Grand Tour, un lungo viaggio intrapreso dai ricchi dell’alta aristocrazia per scoprire i patrimoni artistico-culturali dell’Europa Continentale ma soprattutto dell’Italia. Si potrebbe definire il Grand Tour come l’apripista del turismo di massa così come lo intendiamo oggi.

È negli anni del miracolo economico che la Costiera Amalfitana inizia a prendere forma nell’immaginario collettivo comune: il mare cristallino, i terrazzamenti di ulivi e dei tipici limoni (lo “Sfusato” Amalfitano), la natura selvaggia ed incontaminata, le ville storiche, l’arte.

Roberto Rossellini, regista e maestro del Neorealismo italiano, girò ben quattro dei suoi capolavori in questa terra, definendo i suoi abitanti “Dei pazzi, degli ubriachi di sole! Ma sanno vivere avvalendosi di una forza che pochi di noi posseggono: la forza della fantasia”.

Le spiagge: terra di tutti e di nessuno

Il problema, chiariamolo subito, non è specifico ma analizzato in un contesto più ampio.
Le spiagge in Italia sono terra di tutti ma nelle mani di pochi. Luoghi tutt’altro che inalienabili, inespropriabili, al servizio della collettività.

La storia e la legislatura parlano chiaro: con la riforma della Costituzione nel 2001, il demanio marittimo fu affidato ai singoli Comuni che, a loro volta, acquisirono il “potere” di dare in concessione le spiagge a dei privati. Da quel momento, è lo Stato ad acquisirne gran parte dei proventi mentre una minima percentuale è concessa ai Comuni stessi (tranne nel caso delle Regioni a Statuto speciale come Sardegna, Friuli-Venezia Giulia e Sicilia).

Nel 2006, però, la Commissione Europea approvò la “Direttiva Bolkestein”. In sintesi, le concessioni in questione dovevano essere affidate ai privati attraverso gare d’appalto opportunamente regolamentate. Inutile a dirsi: nessuno dei Governi italiani che seguirono rispettarono la direttiva perché tacciata di essere troppo dura per l’economia italiana; come se non bastasse, nel 2018, alle concessioni già attive sono stati aggiunti altri 15 anni di proroga, fino al 2033.

Secondo il Rapporto “Spiagge 2020” pubblicato da Legambiente (qui il documento completo), quasi la metà delle spiagge italiane è occupata da stabilimenti balneari. Aggiungerei anche da stabilimenti balneari che operano politiche di prezzo indiscriminate ed irregolari, il più delle volte.

Tornando alla Costiera Amalfitana, la questione si fa ancora più complessa.
Per sua natura è un territorio selvaggio, con montagne a picco sul mare, piccole spiagge ed un’unica strada statale e panoramica che collega Vietri sul Mare a Positano: pur essendo un capolavoro della tecnica, perfettamente incastonata nella roccia e con una vista mozzafiato, è spesso soggetta ad interruzioni causate dalla caduta di massi, ingorghi e traffico senza tempo.
Si chiama natura e noi non possiamo dominarla.

Certo, se pensiamo che prima della sua costruzione era possibile raggiungere quei luoghi solo via mare (senza per altro la possibilità di attraccare), tutto questo ci sembra comunque un sogno. Il turismo pare essersi orientato negli ultimi anni verso logiche elitari e lussuose: le strutture ricettive e ristorative, va detto, rispettano degli standard altissimi ed alcune categorie, giovani e famiglie in primis, sono costretti a rinunciare ad un soggiorno in questa terra.

L’alternativa c’è, basta informarsi

Qualcosa si è mosso in una direzione opposta: una recente iniziativa, nata da un giovane imprenditore salernitano, ha lanciato il concetto dell’Agricampeggio.
A Maiori è possibile dormire in una tenda equipaggiata con i migliori confort, vivere un’esperienza immersiva nella natura ed apprendere le tecniche di costruzione delle caratteristiche mura a secco, i metodi di coltivazione degli agrumi e partecipare al processo di produzione del Limoncello Amalfitano.
Il tutto senza spendere una fortuna. Basta informarsi.

Quanto alle spiagge libere, a cui sono dedicati pochi metri, anche qui è riscontrabile un problema alla radice.
Come in altri luoghi d’Italia, sono devastate già dalle prime ore del mattino da chi non può permettersi cifre a due zeri per una giornata di relax: da lì gioia e gaudio per gli stabilimenti balneari a cui è concesso fare con i nostri soldi un po’ quello che gli pare.
Chi controlla il controllore, direbbero i miei conterranei.

Una storiaccia che si ripete come quella di Narciso innamorato della sua stessa immagine.
La necessità d’impreziosire a tutti i costi un luogo rendendolo accessibile solo a turisti russi ed americani non rischia di renderlo antipatico ed inutilmente inaccessibile?
Il mare, elemento di libertà per eccellenza, meriterebbe in un Paese come l’Italia, maggior rispetto.
In primis da chi lo governa.

 

 

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