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Rene di porco

Lo Xenotrapianto potrebbe essere davvero una risposta a tutti coloro che non ricevono un trapianto per svariati motivi, ma le criticità sono ancora numerose.

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Sono decenni che sappiamo qual è l’animale biologicamente più simile all’uomo. A differenza di quello che pensate non è la scimmia ma il maiale. Il suino è infatti un essere vivente che offre innumerevoli possibilità terapeutiche. Da questo animale derivano molti farmaci – quali eparina, insulina, enzimi per la fibrosi cistica – e ne vengono utilizzate strutture solide quali valvole cardiache, tessuti per la ricostruzione della mammella, impalcature per la riparazione in traumi ortopedici. Si stanno anche sperimentando trapianti di cute per pazienti ustionati o di cellule pancreatiche per i pazienti diabetici.

Tutti questi esempi però riguardano strutture inerti, che non attivano il sistema immunitario e quindi il rigetto. Se invece volessimo trapiantare un organo di maiale completo, con funzione autonoma, questo innescherebbe violente reazioni immunitarie che porterebbero alla perdita della funzione d’organo e a un grave rischio per chi si sottopone a questa procedura, che in gergo si definisce xenotrapianto. È da sottolineare però che in ogni trapianto esiste il fenomeno del rigetto. Questo viene controllato tramite farmaci immunosoppressori che a seconda del dosaggio possono predisporre a infezioni, tumori e cardiopatie. Nel caso di xenotrapianto questa terapia dovrebbe essere talmente massiccia da non essere sopportabile per la sopravvivenza.

Lo scorso 25 settembre è stato però eseguito un trapianto di rene di maiale su un essere umano. La sperimentazione è avvenuta alla New York University su una donna in stato vegetativo, col consenso dei suoi familiari. Il risultato è stato un successo: il rene ha cominciato a funzionare correttamente senza innescare reazioni di rigetto. Prima dell’impianto, il rene di maiale è stato però trasformato per rendere l’organo meno immunogenico e quindi più compatibile, più simile ai tessuti umani. Le sue cellule sono state infatti ingegnerizzate eliminando una molecola di superficie che il nostro sistema immunitario riconosce come estranea.

Se si confermasse la possibilità di rendere un organo di maiale non rigettabile dall’uomo si aprirebbe una nuova strada terapeutica per chi è in attesa di trapianto ma non trova un donatore compatibile. Solo in Italia ogni anno vengono abbattuti per fini alimentari 13 milioni di maiali. Le loro cucciolate sono numerose, i periodi di gestazione brevi, i loro organi paragonabili a quelli umani per dimensione e struttura. Ma il problema del rigetto non è l’unico ostacolo all’applicabilità di questa tecnica su ampia scala.

Un altro dei gravi problemi ancora non risolti nello xenotrapianto è il rischio di trasmissione virale da animale a uomo, che come ben sappiamo dopo il Covid-19 potrebbe innescare gravi infezioni e nuove epidemie. Non ultimi poi sono i risvolti etici, che ci costringerebbero a scegliere dove collocare l’individuo umano: se nel regno animale o, come sempre abbiamo fatto, al confine con il divino.

di Massimiliano Fanni Canelles

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