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10 anni senza Lucio Dalla

Raccontare Lucio Dalla in poche righe è impresa impossibile. Fu cantautore sopraffino: nato dal jazz si sposò alla tanto criticata musica leggera.

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Raccontare Lucio Dalla in poche righe sarebbe un’impresa impossibile. Lo sarebbe raccontare il suo legame con Bologna e i bolognesi, che ancora oggi ne tengono vivo e forte il ricordo, nelle strade, nelle vetrine dei negozi, più o meno ovunque si volga lo sguardo. Per questo non è cosa rara incontrare ragazzi con la sua musica sparata in una cassa portatile, in giro in bicicletta per le vie del centro della città, o imbattersi nei passanti in piazza Cavour, fermi a fianco della sua statua, intenti a parlargli.

Dalla nacque il 4 marzo del 1943 proprio nelle braccia di questa Bologna e lì crebbe in fretta per via della morte del padre, la cui mancanza segnò profondamente tutta la sua vita, ampliando una sensibilità già di per sé insita nel suo carattere. A tirarlo su ci pensò quindi la madre, sarta con grande talento ed estro artistico, che assecondò sempre il carattere di Lucio fin dalle sue prime esibizioni improvvisate da bambino tra le vie di Manfredonia. Le estati perse tra il mare e i pomeriggi a strimpellare furono fondamentali per la sua formazione, per la sua visione.

Poi fu il decimo compleanno, il primo clarinetto in regalo e l’amore travolgente per il Jazz, colonna portante della sua musica, sempre presente sotto la superficie anche là dove non sembra essercene traccia. Capita spesso che di Dalla si ricordi per lo più questo, insieme alla sua voce, espressiva e potente, fino agli iconici versi in scat (linee vocali con cui si imitano fraseggi tipici degli strumenti musicali). Eppure, Lucio fu cantautore sopraffino, capace di fermare momenti come fotografie, di raccontare sentimenti e storie che sembrano prendere vita davanti agli occhi di chi ascolta. Fu dopo il lungo periodo di collaborazione con il poeta Roberto Roversi che Dalla, dilaniato dal fatto di non essere ancora riuscito a parlare una lingua capace di arrivare al grande pubblico, alla gente comune, di cui lui si è sempre sentito parte, decise di fare da sé nella stesura dei testi, affidando la produzione degli album successivi ad Alessandro Colombini. La tanto agognata svolta arrivò proprio dalla cosiddetta trilogia “del disvelamento”, nata da questa collaborazione e composta da album immortali del calibro di “Com’è profondo il mare”, “Lucio Dalla” e “Dalla”.

Il filo rosso? La tanto criticata musica leggera, difesa a spada tratta da Lucio in più di un’intervista, contro quella stampa a detta sua incapace di capire che una buona canzone è tale “perché mi mette allegria, mi fa accarezzare la mia donna, mi fa venire voglia di stare insieme agli altri”. Insomma, “Perché chiedere di più alle canzoni?”. 

E di canzoni ha sempre dimostrato di saperne Lucio, scrivendone d’immortali, da “Anna e Marco” a “La sera dei miracoli” fino a “Stella di mare”. Legati ai suoi brani, alla loro genesi, si sprecano gli aneddoti alcuni al limite della vera e propria leggenda. Dalla nascita di Futura, una notte d’inverno a Berlino, mentre Dalla, a fianco di Phill Collins, guardava la città di notte sul Muro che divideva la città, fino a Caruso, scritta sul piano scordato del grande tenore in un albergo di Sorrento. L’ultima leggenda è legata proprio al giorno prima della sua morte, avvenuta il 1° marzo di dieci anni fa a Montreux, dove Lucio era per l’amato festival Jazz. Pare fosse andato a salutare la statua di Freddie Mercury e, dopo essersi raccolto in preghiera, lo avesse salutato con un “Ci vediamo domani, Freddie”.

E chissà, forse, si sono incontrati davvero. 

di Federico Arduini

 

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