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Bella Ciao dalla guerra alla Casa de Papel, la strana storia di un simbolo frainteso

Affermazione capitalista di un canto (divenuto) comunista. “Bella ciao”, grazie alla serie tv “La casa di carta” targata Netflix, è diventato oggi un vero e proprio inno conosciuto in tutto il mondo anche dai più giovani.

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La cronaca di questi anni è anche la storia di simboli che arrivano da lontano. Completamente rivisti, fino a trasformarli o snaturarli. È il caso di “Bella Ciao” cantata dai ragazzi venerdì scorso a Milano, che nel giro di sei mesi è tornata a occupare per ben due volte l’immaginario collettivo.

Prima, per la proposta di farne l’inno ufficiale del 25 aprile, Festa della Liberazione, in un ardito tentativo di sintesi estrema della storia, alla faccia delle idee dei tanti che non si riconobbero mai in una sola parte (“Bella Ciao”, del resto, fu cantata pochissimo durante la guerra e divenne ciò che è oggi solo una ventina d’anni più tardi).

Negli ultimi giorni, come detto, perché cantata a squarciagola e ballata durante la manifestazione milanese del movimento per il clima Fridays for Future

Bella Ciao”, ormai, è un motivo global che deve il suo successo mediatico fra i ragazzi quasi esclusivamente alla celeberrima serie televisiva “La Casa de Papel”, targata Netflix. Senza le ‘gesta’ dell’improbabile banda di ladroni, coordinata dal sagace ‘professore’, “Bella Ciao” sarebbe rimasta ben al di qua dei confini nazionali o confinata a specifici fenomeni, per quanto rilevanti: Catalogna o Turchia, per esempio.

Altra cosa è diventare la colonna sonora di manifestazioni di massa e movimenti giovanili a carattere mondiale. C’è voluta, insomma, una serie lanciata dal colosso dei servizi di tv in streaming – una storia parecchio capitalista… – per far cantare un po’ a tutte le latitudini quest’antica canzone di struggente malinconia, dedicata a chi è pronto a immolare la propria vita per un ideale superiore.

Contesti piuttosto lontani dalle vicende di ladri vagamente disadattati, narrate da “La Casa de Papel”. Una produzione geniale nella sua prima stagione, poi affogata in una serie di luoghi comuni abbastanza stucchevoli, ma dall’impareggiabile potenza mediatica. Su tutto “Bella Ciao” e la maschera di Dalì, indossata dai protagonisti per intrufolarsi nella Zecca di Spagna, divenuti i due simboli di un generico rifiuto del potere costituito. Un rifiuto superficiale, sia chiaro, un po’ ostentato e molto facilone. Un rifiuto per il rifiuto, legato all’eco di una serie televisiva e dei suoi iconici protagonisti.

“Bella Ciao”, così, si riduce solo a una sigla. Buona per Netflix o per un corteo, simbolo perfetto di questi tempi in cui gli input si accavallano, la buona fede non è in discussione, ma si resta non di rado in superficie. Provate a fare una ricerca “Bella ciao” in Google: la presenza della “Casa de Papel” è impressionante. Non tutti i simboli di generazioni e ideologie passate sono per sempre. Potrà immalinconire chi sfilò cinquant’anni fa intonando quella canzone, ma è la realtà con cui fare i conti.

La creazione del linguaggio e dell’immaginario è un processo in cui oggi si mescolano contenuti apparentemente estranei. Un melting pot un po’ confuso ma affascinante, se si vuol provare a capirlo. A noi meno giovani il compito di spiegare e dare ai ragazzi gli strumenti per capire, senza pretendere che vengano apprezzati subito.

 

di Marco Sallustro

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