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“Come Una Volta”, il reality dove si fa quello che non si è

“Come una volta – Un amore da favola” è il nuovo programma di Discovery+ dove ragazzi viziati e social dipendenti buttano il cellulare e tornano a corteggiare come a inizi ‘800. L’ennesimo reality dalle mezze verità. Nulla di male purchè si dica.

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Addio a minigonne, tacchi, pantaloni in lattice e unghie finte, ben vengano corpetti, cappelli, abiti eleganti, ma soprattutto buone maniere. Dopo il successo di “Drag Race Italia”, la piattaforma streaming Discovery+ dà il via a un “nuovo” dating show che non è altro che la copia già vista di altri mille programmi. Debutterà a partire dal 6 gennaio “Come una volta – Un amore da favola”: dodici concorrenti, rispettivamente sei uomini e sei donne tra i 20 e i 30 anni che vivono nell’agio, intenti a cercare la propria anima gemella.

La particolarità? I protagonisti verranno catapultati nel 1821, quando smartphone e altre diavolerie non esistevano, per sperimentare il corteggiamento d’altri tempi fatto di lettere e parole d’amore dai toni gentili.

Un filone questo legato ai modi e agli sfarzi del passato che ha sempre un grande fascino sul pubblico: da “Elisa di Rivombrosa” all’imperatrice “Sissi”, tornata di recente con una nuova serie su Canale 5 e in streaming su Infinity per conquistare quei fan orfani di serie (seppur recenti) come “The Crown”, “Versailles” e “Bridgerton”.

In “Come una volta – Un amore da favola” però non siamo alle prese con la fiction ma con un reality.

Tra incontri di educazione sentimentale («per ogni cosa c’è il suo tempo») e altri sul galateo («una gentildonna non deve mai accavallare le gambe») tenuti da maestri di bon-ton, questo ibrido tra “Uomini e donne” e “Il Collegio” conferma ancora una volta la mancanza di volontà da parte di certe case di produzione di smarcarsi da un certo tipo di offerta, stilisticamente brutta e assai poco convincente in termini di veridicità.

Perché un reality dovrebbe in primis essere proprio questo: vero. Un conto è un film o una serie tv, dichiaratamente frutto dell’immaginazione di registi e sceneggiatori, un altro conto è far passare per veritieri programmi che simulano la realtà ma che di reale hanno poco.

Il mondo della tv è piena zeppa di esempi che simulano una mezza verità. Sarebbe corretto dirlo anche alla gente a casa.

È ormai evidente come in questi programmi non ci si vada davvero per trovare l’amore ma per cercare uno spicchio di notorietà. Il caso di Discovery+ più recente riguarda “Love Island”, condotto dall’ex corteggiatrice di “Uomini e donne” Giulia De Lellis, dove un gruppo di single in cerca dell’amore si trasferisce in una villa di lusso su un’isola tropicale.

In tutti questi casi viene richiesto ai partecipanti di calarsi in dimensioni non loro, di vestire i panni di ciò che non sono, di vivere epoche che non gli appartengono. Insomma si interpretano dei ruoli fin dall’inizio, proponendo già in partenza una realtà artefatta che anche per questioni di tempo e di ottimizzazione dei costi deve essere accelerata dalla mano di autori e montatori.

Che il programma sia volutamente “leggero” non è un male, anzi. Ma leggerezza non deve essere sinonimo di pressapochismo.

 

Di Alessia Luceri

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