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Bloom

Postumi di sbornia rock, parlano Giusy Ferreri e i Bloom

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Giusy Ferreri e Max Zanotti dei Bloom sul loro nuovo disco “Hangover”

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Postumi di sbornia rock, parlano Giusy Ferreri e i Bloom

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Giusy Ferreri e Max Zanotti dei Bloom sul loro nuovo disco “Hangover”

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Postumi di sbornia rock, parlano Giusy Ferreri e i Bloom

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Giusy Ferreri e Max Zanotti dei Bloom sul loro nuovo disco “Hangover”

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Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Giusy Ferreri e Max Zanotti dei Bloom sul loro nuovo disco “Hangover”

In un panorama musicale nostrano sempre più dominato da sonorità urban, si erge solitario un nuovo progetto dalle forti tinte rock alternative. Stiamo parlando della superband Bloom, capitanata da Giusy Ferreri e composta da Max Zanotti (produttore, musicista e voce di diversi progetti, tra cui Casablanca e The Elephant Man, con cui nel 2023 ha ottenuto una candidatura ai Grammy Awards come Best Alternative Music Album), Roberta Raschellà (chitarrista e fondatrice della Delay House Of Art) e Alessandro Ducoli (batterista attivo nell’universo indie e underground).

In occasione dell’uscita del loro primo disco “Hangover”, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Ferreri e Zanotti per capire meglio questo progetto. E, in particolare, cos’abbia spinto la prima – dopo anni di successi e tormentoni – a buttarsi a capofitto nel rock. «Era uno dei miei più grandi sogni nel cassetto» confessa la cantante siciliana di nascita e lombarda d’adozione. «La mia passione per la musica è nata proprio quando ero ragazzina, perché mi piaceva condividerla con le band. E si suonavano rockgrungestoner e blues. Nel corso degli anni, per quanto sia riuscita a mettere a spizzichi e bocconi questo mio lato rock nei vari lavori che ho realizzato, a un certo punto mi sono resa conto di averlo un po’ sacrificato. E quando tieni tappato qualcosa, a un certo punto lo devi fare esplodere di nuovo». La conoscenza di Max Zanotti è arrivata al momento giusto: «L’ho sempre stimato artisticamente, per questo – dopo essermi ritrovata con lui a condividere un suo progetto dei “Casablanca” – l’idea di mettere su una band insieme è nata in modo naturale».

L’album “Hangover” è composto da dieci brani che sono un viaggio tra diverse sfumature sonore dell’universo rock, difficilmente etichettabili sotto un unico genere, costruiti e sintetizzati in mesi di lavoro e confronto tra i membri della band e poi messi ‘su nastro’ a Londra da Steve Lyon. Racconta ancora Ferreri: «Ci siamo confrontati sui nostri gusti musicali, su tutto il background e su dove saremmo voluti andare stilisticamente con questo nuovo progetto. Quando poi hanno iniziato a passarmi le prime basi strumentali, me ne sono subito innamorata follemente. Sono state per me una grandissima fonte di ispirazione per testi e melodie. C’è stato un matrimonio molto armonico e molto naturale. Cercavo un progetto fortemente liberatorio».

Tornati da Londra, il lavoro sui mix ha poi richiesto del tempo. Spiega Max Zanotti: «Oggi, se si ha la possibilità di avere uno studio in casa, si può registrare subito avendo già le idee molto chiare. Quando poi ci siamo accorti che quello che avevamo coccolato e fatto crescere per un anno stava un po’ scappando dalle nostre mani, abbiamo riordinato le cose. Avevamo chiaro quello che doveva uscire». Della serie: lavare i panni in Tamigi, ma non troppo.

A colpire è anche la sincerità dei testi, tutti in italiano e firmati da Ferreri, diretti come un flusso di coscienza. Non a caso il disco si chiama “Hangover”: «Ho deciso di scriverli in maniera molto liberatoria, viscerale, sincera e personale. È stato come quando, con i postumi di una sbornia addosso, ti metti completamente a nudo con le tue riflessioni, le tue paranoie, tutto quello che hai voglia di buttare fuori come fosse un flusso di coscienza. E alla fine ho detto: ma sì, “Hangover” ci sta» spiega la cantante.

Impossibile non chiedere loro cosa pensino di chi sostiene che il rock in italiano non si possa fare: «Indubbiamente non è facile cantare in italiano su sonorità rock, anche per questo ho molto apprezzato il lavoro che ha fatto Giusy» sottolinea Zanotti. «So quanto sia difficile trovare le parole giuste, che suonino bene. Perché puoi anche dire delle ottime cose, ma non è detto che funzionino. C’è una ricerca doppia: la prima è dire cose interessanti e oggi non è così scontato; in secondo luogo bisogna capire la cifra stilistica, se la parola che hai scelto sta bene con ciò che suona sotto. È complesso anche essere credibili: nel momento in cui s’imbraccia una chitarra, i competitor di riferimento per chi ascolta diventano i Foo Fighters e i Pink Floyd».

di Federico Arduini

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