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Wes Anderson, l’architetto del cinema

Wes Anderson è un regista dedito all’architettura. Attraverso i suoi film egli crea un universo riconoscibile fatto di colori vivaci e personaggi grotteschi. Il suo ultimo film sembra toccare l’apice della sua carriera, sacrificando però i personaggi.

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Wes Anderson è tornato e con sé il suo mondo eclettico che tanto attendevamo.

Perché i suoi film, prima di essere narrazioni, sono creazioni di realtà parallele, di mondi ideali ma veritieri, di architetture appositamente ideate per allietare la vista e solleticare l’umore.

 Classe 1969, nato a Houston, in Texas, figlio di un’archeologa e di un pubblicitario, Anderson comincia il suo percorso come architetto di mondi nel cinema nel 1996 con un primo cortometraggio in bianco e nero: “Un colpo da dilettanti”, un vero flop. Sarà grazie a “Rushmore” (1998), film che narra le vicende di un quindicenne troppo teso a diventare adulto velocemente, che il suo stile verrà notato e apprezzato dalla critica e il pubblico pur non essendo ancora totalmente consolidato.  

 La successione della sua filmografia è un’evoluzione di consapevolezza, nella quale cresce ad ogni nuovo film, la minuzia e la precisione quasi maniacale per i dettagli che contribuiscono a creare l’immaginario Andersoniano.

 Chiunque guardi un suo film non può fare a meno di desiderare di toccare lo schermo per afferrare gli oggetti da lui concepiti, spesso realizzati con piccoli plastici o toccare le mura dei palazzi da lui scelti per le riprese, resi vivaci dalla fotografia che lo contraddistingue, caratterizzata da colori pastello e toni pop.

 Sarà proprio con “I Tenenbaum” che comincerà a costruire quell’universo irresistibile e vivace, raccontando le vicende di una famiglia tutt’altro che perfetta in un capolavoro denso di dettagli e profondità. Ma ci delizierà con stili lontani in “Un treno per Darjeeling”, strizzando l’occhio alle armonie indiane, mixandole con la sua visione.

Fino a “Grand Budapest Hotel”, apice della sua visione scenografica e delle famose inquadrature simmetriche, ambientate in un luogo decadente e nostalgico reale (nella cittadina tedesca di Görlitz) ma totalmente rivisitato.

 Nel 2015 inoltre, avrà poi la possibilità di portare una parte del suo universo proprio nel mondo reale, progettando il Bar Luce presso la Fondazione Prada di Milano.

 Se il cinema ha la possibilità di immergerci in nuove realtà, forse a volte portandoci a fuggire da quella in cui ci troviamo, Anderson coglie l’opportunità a pieno, disegnando la sua di realtà. Rendendola coerente e sempre più viva ad ogni pellicola, che va a consolidare la struttura di un sistema in cui i personaggi però finiscono per diventare pedine che animano delle stanze colorate.

 Croce e delizia del suo lavoro è proprio questa, l’anima dei personaggi, che traspare raramente. Ed è un po’ ciò che accade nel suo ultimo film: “The French Dispatch”, film diviso in episodi che illustrano sullo schermo alcuni articoli scritti per una rivista inventata, ispirata al “New Yorker”, in procinto di chiudere per la morte prematura del direttore. 

 Ambientato nella città immaginaria Ennui-sur-Blasé, più che raccontare una serie di storie, anche intriganti e divertenti, egli dipinge un’intera città su schermo. Concependola esattamente come farebbe un architetto, prendendo ispirazione da una città reale (Angoulême, in Francia) e idealizzandola attraverso la sua progettazione, definendo nei minimi dettagli gli arredi, i costumi, gli oggetti, le fisionomie grottesche dei personaggi.  

 In realtà il film sembra più un pretesto per muovere questi esseri che abitano la città, come lo schermo, con il semplice scopo di arredare e animare il suo mondo, che viene reso a tratti artificioso, svelando i suoi meccanismi attraverso una recitazione volutamente teatrale e un cambio di scenografie visibile al pubblico.

Un po’ come nelle opere di Brecht, dove i cartelli sfondavano la quarta parete per segnalare la finzione al pubblico, inducendoli ad un’analisi distaccata, lui segnala che il suo mondo in realtà non esiste, nemmeno nella dimensione dello schermo, forse disilluso lui stesso dalla concezione patinata che lo ha definito in tutti questi anni.

 Purtroppo per lui e anche per noi, il suo lavoro è talmente perfettamente assemblato da non riuscire a staccargli gli occhi di dosso, come si farebbe in contemplazione davanti a un’opera del rinascimento. Magari dopo un po’ che ci si riempie gli occhi di tanta bellezza serve prendere le distanze e tornare al presente, ma che meraviglia!

di Elena Bellanova

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