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Toni Servillo riporta il teatro sul grande schermo

Il nuovo film di Martone riporta il teatro sul grande schermo, ma non è la prima volta che i due mondi si incrociano

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“Non esistono teatri più o meno d’arte, esistono gli artisti”.

Questa la frase di chiusura del trailer di uno dei film più attesi in assoluto alla 78 Mostra del Cinema di VeneziaQui rido io” di Mario Martone che in questo lungometraggio racconta una delle personalità più importanti dei primi novecento: Eduardo Scarpetta

Ambientato nella Napoli della Belle Époque, periodo splendente per i teatri e il cinematografo, il film narra la vita del grande attore e commediografo che grazie al teatro riscatta la propria posizione sociale ottenendo grande successo. Un azzardo di troppo però gli costerà una denuncia per plagio dal più grande poeta del tempo, Gabriele D’annunzio.

Non è casuale ripercorrere le atmosfere di quell’epoca in un momento storico in cui i teatri e i cinema si reggono a fatica. E non lo è nemmeno la scelta di Toni Servillo come interprete di Scarpetta. Lui, che il teatro lo conosce bene, partito proprio da lì anni fa, prima di incontrare il cinema, per poi tornarci in altre vesti, quelle da regista, tra un David di Donatello e l’altro. 

Il film dunque, oltre a narrare una storia sembra avere un compito ben preciso, quello di farci brillare gli occhi di fronte a due forme d’arte così tanto amate e importanti per la nostra cultura.

Due mondi che più volte si sono incontrati, incrociandosi con disinvoltura pur derivando da due forme totalmente differenti. Il cinema è arte in movimento, deriva dalla fotografia che tenta di imprimere i momenti su un supporto per raccontare storie tramite le immagini. 

ll teatro è un corpo vivo di fronte a noi che compie delle azioni, provando delle emozioni che vengono trasmesse ad un pubblico. 

Eppure sono moltissimi i film che hanno portato sullo schermo grandi testi teatrali o che hanno tentato di raccontare proprio quell’atmosfera che solo dietro al sipario è possibile percepire.

Inevitabile nominare Matrimonio all’italiana (1964) tratto da Filumena Marturano di Eduardo De Filippo, portato sullo schermo dal grande Vittorio De Sica. Un film intramontabile che riesce a trasporre la carnalità del testo di De Filippo attraverso le immagini e i dialoghi sapientemente sviscerati dai magnifici Loren e de Sica.

Oppure, per avvicinarci a produzioni recenti, Carnage (2011) diretto da Roman Polanski, tratto dal capolavoro di Yasmina Reza Il dio del massacro che ci mostra quanto una vicenda possa essere raccontata semplicemente attraverso le parole. I dialoghi del testo teatrale vengono resi in maniera impeccabile dai quattro attori senza bisogno d’altro. Un po’ come accade in teatro: poca scenografia, movimenti indispensabili. Tutto accade davanti ai nostri occhi, ma veniamo storditi dalle personalità prepotenti dei personaggi.

E come non nominare il capolavoro di Alejandro G. Inarritu, Birdman (2014) che non traspone un’opera ma ne crea una nuova, trascinandoci in un viaggio surreale dove teatro e cinema si incrociano per raccontarci la realtà, sbattendoci in faccia quanto paradossale sia il mestiere dell’attore.

Paradossale, faticoso, spesso sottovalutato o fin troppo elogiato. Un mestiere che vive, assieme a molti altri, attraverso due mondi che non vediamo l’ora di veder tornare a risplendere

Ce lo ricorda anche Vittoria Puccini nello spot All Star di Vincenzo Alfieri realizzato dal Ministero della Cultura per invogliare il pubblico a tornare al cinema: “Siamo tornati”.

E guardando i titoli in concorso al festival direi: è proprio vero.

di Elena Bellanova

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