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Il “bel” mondo delle case discografiche

Che tu sia un artista affermato o meno alle case discografiche non importa: vendere è il primo obiettivo.

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Chi non lavora nel settore musicale non immagina le difficoltà che hanno gli artisti emergenti a farsi notare nel mercato.

Pochi lo sanno, nell’ambiente chi scrive le musiche in gergo si chiama produttore (come in inglese) ovvero producer: è lui l’autore di una canzone. Altra cosa invece è chi scrive il testo: songwriter o autore dei testi. Fermo restando che a volte, le due figure coincidono. 

Ma il lavoro del producer non consiste solo nel saper mettere in fila le note in maniera gradevole ma è molto di più. Le persone sono convinte che basti premere solo un pulsante per creare qualcosa. Invece ci vogliono anni e anni di studio e di sperimentazioni per arrivare ad un prodotto pubblicabile e che soddisfi tutti i canoni tecnici. 

Una volta finita la canzone, non si è nemmeno a metà della strada e lo step successivo può essere persino più complesso. A chi mandarlo e come pubblicarlo? La parte più difficile per un artista dato che di solito quest’ultimo si concentra solo sulla canzone.

Le strade che si possono prendere sono principalmente due: affidare la traccia alle case discografiche o pubblicarla da indipendente.

Una cosa che si deduce sicuramente è che se si vuole rilasciare la canzone con una casa discografica non basta avere un prodotto ben fatto, ma bisogna soddisfare le esigenze del mercato e soprattutto si deve entrare nell’ottica della vendita.

Lo scopo delle case discografiche, del resto, è proprio questo: vendere. 

“Grazie per averci mandato la tua demo, ma purtroppo non rispetta gli standard della nostra label”, “La demo è molto bella, ma non mi gasa abbastanza per poterla promuovere. Non funzionerebbe nel mercato”, “Voglio assolutamente pubblicare questa canzone ma devi modificare la durata e tagliare alcune parti, altrimenti non riusciamo a venderla” sono solo alcune delle risposte che si possono ottenere quando si tenta di pubblicare il proprio pezzo a una casa discografica. 

È proprio quando uno pensa di aver fatto un bel lavoro che arrivano loro a smontare la tua creatività.

Come non citare il celebre caso di Bohemian Rhapsody dei Queen: la loro casa discografica inizialmente si rifiutò di pubblicarla perchè troppo lunga per passarla in radio. Freddie Mercury chiese al suo amico di Capital Radio di testarla per un weekend e fu un successo, tanto è che la loro etichetta la pubblicò.

Hanno sempre il coltello dalla parte del manico: l’artista è uno strumento per fare soldi, poco importano i suoi sogni e aspirazioni, la sua arte. Perchè la musica questo è, al pari delle altre forme artistiche.

È come se si prendesse la tela di un pittore e si iniziasse a dipingere in base ai gusti personali. Non avrebbe senso rovinare la creatività e l’arte di qualcuno. 

Capitolo a parte merita la suddivisione dei compensi che quando si tratta di artisti emergenti sfiorano il ridicolo: il massimo che danno è il 30%, mentre loro prendono anche il 70% dalle vendite. Quel 30% che si dovrà probabilmente spartire con il cantante, con il fonico o con chi ha aiutato nella produzione. 

Le case discografiche fanno la voce grossa solo con gli emergenti? No.

Un esempio potrebbe essere il famoso rapper americano Kanye West, che su Spotify conta quasi 54 milioni di ascoltatori mensili ed è 11esimo nella classifica degli artisti più ascoltati del mondo. Numeri impressionanti.

Lui stesso ha annunciato tramite un post su Instagram che la sua casa discografica Universal ha rilasciato il suo ultimo album “Donda’’ senza il suo permesso. Probabilmente perché l’artista avrebbe voluto rilasciare l’album in una data troppo ravvicinata a quella del suo competitor Drake. 

La seconda strada è appunto rilasciare da indipendente, senza appoggiarsi ad alcuna casa discografica quindi.

Sei la label di te stesso in quanto decidi tu quando rilasciarla, come promuoverla e, cosa importante, hai il 100% dei guadagni.

La parte difficile di questo percorso è che la strategia di promozione dipende da te: c’è chi passa giorni a mandare mail ai gestori della playlist (detti curatori) o chi si sponsorizza tramite i social come TikTok o Instagram. Questi sono solo alcuni dei metodi possibili, ce ne sono anche molti altri.

Alla fine non basta fare musica, non basta la tua creatività. Puoi anche comporre una canzone che lascia a bocca aperta tutti, ma quello che conta davvero è sapersi promuovere, e soprattutto essere consapevole che quando ti appoggi alle case discografiche devi tenere conto della triste realtà che gira intorno ai soldi. 

 

di Marta Melarato

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