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Gli sportivi renitenti al vaccino

Sono sempre più i giocatori no-vax, non solo nel mondo del calcio ma anche nella Nba. A differenza di Serie A e Premier League, però, tutta la pallacanestro americana ha adottato una linea intransigente.

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La fronda dei no-vax del pallone cresce. Rischiando, in caso di balzo nei contagi, di mettere in pericolo il calendario (e le finanze) dei campionati. In Germania si discute sulla posizione no-vax di Joshua Kimmich del Bayern Monaco: niente immunizzazione, non ci sono certezze sugli effetti a lungo termine; in futuro, chissà. Kimmich è un tipo controcorrente. Senza un agente si è seduto al tavolo per il rinnovo del contratto sino al 2025 con il Bayern. Assieme al compagno di squadra Goretzka ha fondato “We Kick Corona”, raccolta fondi per l’emergenza sanitaria prodotta dalla pandemia e impegno collettivo, si legge sul sito, contro la diffusione del Covid-19. Soldi, mobilitazione ma niente vaccino.

Kalle Rummenigge, dirigente del Bayern, ha invitato Kimmich a cambiare idea, il suo allenatore, Julian Nagelsmann (positivo al Covid-19) invece lo ha difeso.

Il caso Kimmich non è isolato. Ce ne sono altri in Bundesliga, dove oltre il 90% dei calciatori è vaccinato, quasi come in Serie A (98%) che pure annota qualche voce fuori dal coro (lo juventino Rabiot e alcuni giocatori di Inter, Udinese, Lazio), mentre è preoccupante il 68% della Premier League. La Federcalcio tedesca ha esortato Kimmich a pesare la sua posizione no-vax: la campagna vaccinale in Germania ha prodotto sinora il 65% di immunizzati.

Inviti, raccomandazioni al vaccino ma nessun obbligo: è questo lo schema applicato in Serie A e in Premier. Posizioni legittime, che potrebbero rivelare qualche limite nella difesa del prodotto calcio in caso di crescita verticale di contagi o di focolai.

Nella Nba quasi tutta la forza lavoro è vaccinata, oltre il 95% degli atleti. Non mancano anche lì i no-vax: Kyrie Irving, star dei Brooklyn Nets, è stato messo fuori squadra, con salario assicurato (41 milioni di dollari annui). Per le regole dello Stato di New York – certificato di vaccinazione per gli atleti in occasione di allenamenti e partite casalinghe – Irving avrebbe potuto giocare solo le gare in trasferta dei Nets (negli Stati Uniti le disposizioni variano da città a città).

Brooklyn ha scelto la linea dura con Irving, a differenza del Bayern Monaco con Kimmich o della Juve con Rabiot.

Ma è tutta quanta la Nba ad aver adottato una linea intransigente per tutelare il suo circo: vaccino obbligatorio per arbitri e staff; test quotidiani prima di allenamenti, viaggi e gare per gli eversori della doppia o tripla puntura. Per gli atleti no-vax, niente pranzi o cene nella stessa stanza di un collega vaccinato, rispetto di almeno due metri di distanza da qualsiasi altra persona, armadietto personale isolato e distanziamento sull’aereo.

Una specie di muraglia eretta intorno ai no-vax, a tutela del business: tra ticketing, diritti tv e merchandising lo scorso anno la Nba ha perduto, causa pandemia, circa quattro miliardi di dollari. La Fifa per i Mondiali in Qatar del 2022 pensa all’obbligo vaccinale. Se riprende la corsa dei contagi, qual è l’exit strategy dei tornei europei?

 

Di Nicola Sellitti

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