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Se la memoria di Pablito viene presa in ostaggio

Senza Paolo Rossi l’Italia non avrebbe vinto il suo terzo titolo mondiale e non avrebbe vissuto la gioia di un popolo che chiuse il decennio dolorosamente segnato dal terrorismo.
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Se la memoria di Pablito viene presa in ostaggio

Senza Paolo Rossi l’Italia non avrebbe vinto il suo terzo titolo mondiale e non avrebbe vissuto la gioia di un popolo che chiuse il decennio dolorosamente segnato dal terrorismo.
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Se la memoria di Pablito viene presa in ostaggio

Senza Paolo Rossi l’Italia non avrebbe vinto il suo terzo titolo mondiale e non avrebbe vissuto la gioia di un popolo che chiuse il decennio dolorosamente segnato dal terrorismo.
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Senza Paolo Rossi l’Italia non avrebbe vinto il suo terzo titolo mondiale e non avrebbe vissuto la gioia di un popolo che chiuse il decennio dolorosamente segnato dal terrorismo.
In Italia abbiamo un amore viscerale per i dibattiti pubblici, riflesso anche di una vis polemica non priva di aspetti positivi. Nel caso dello scontro sull’intitolazione dello stadio Olimpico di Roma a Paolo Rossi, però, siamo nel campo delle beghe di portineria (osteria, se preferite). Dopo il voto parlamentare che ha dato parere favorevole al cambio di denominazione dell’impianto capitolino, i primi a ribellarsi all’idea di uno “Stadio Paolo Rossi” sono stati i tifosi di Roma e Lazio. Per loro, in particolar modo quelli più accesi, apparirebbe intollerabile l’intitolazione a un campione che non ha mai avuto alcun tipo di rapporto con le due società. Foglia di fico per nascondere un’ovvietà imbarazzante, per chiunque conosca anche superficialmente il mondo del calcio romano: sarebbe impossibile trovare un nome legato all’una o all’altra parte, su cui far convergere il favore di entrambe le tifoserie. Immaginate come potrebbe essere accolta la proposta di intitolare lo stadio a Giorgio Chinaglia o a Francesco Totti, tanto per capirci. Se quello dei tifosi, gli ultras in particolare, può essere derubricato a riflesso condizionato, figlio di una non-cultura sportiva che ci portiamo dietro dalla notte dei tempi, a far restare basiti è la presa di posizione arrivata dagli uffici comunali. C’è chi – per carità di patria eviteremo di citarlo – si è spinto a parlare di «colonialismo» ai danni della capitale. Quando le roboanti parole non si preoccupano dell’evidente assenza di senso del ridicolo… Gli oppositori all’intitolazione a ‘Pablito’ citano l’esempio dello stadio San Paolo di Napoli, recentemente ribattezzato “Diego Armando Maradona” dopo la scomparsa del fuoriclasse argentino. Annotazione priva di fondamento, considerato che l’Olimpico è l’unico impianto italiano che possa avvicinarsi al concetto di “National Stadium” di Wembley, lo stadio londinese storicamente consacrato alla Nazionale, come vera e propria casa della selezione azzurra. Fare paragoni fra l’Olimpico e altri stadi italiani appare quantomeno fuorviante, pur senza voler citare il lampante caso di Milano, dove lo stadio di San Siro è intitolato a Giuseppe Meazza. Peppin non si può certo dire sia stato una gloria rossonera, lui imperitura bandiera dell’Internazionale anteguerra, eppure nessuno si sognerebbe di contestarne il nome, data la quasi sacralità della memoria del più forte attaccante italiano di ogni epoca. A Milano e non solo. Che questo stesso rispetto non venga riservato a Paolo Rossi è innanzitutto triste per chiunque abbia avuto il privilegio di vivere l’irripetibile cavalcata del Mundial ‘82. Per chi non c’era è difficile comprendere la portata della gioia collettiva vissuta dal Paese esattamente quarant’anni fa. Nel corso del 2022 avremo molteplici occasioni di ricordare quel mese incredibile, in cui l’Italia del pallone traslocò armi e bagagli dagli inferi delle critiche più spietate e insolenti al paradiso dei trionfi sull’Argentina e sul Brasile. Fino all’apoteosi finale di Madrid, sotto gli occhi festanti del presidente della Repubblica Pertini, immagine iconica di un intero decennio. Tutto questo senza Paolo Rossi non sarebbe avvenuto. Senza la sua memorabile catarsi – i tre goal al Brasile, l’inafferrabilità lieve come la sua corsa e il suo sorriso – l’Italia non avrebbe vinto il suo terzo titolo mondiale e non avrebbe vissuto la gioia di popolo che chiuse il decennio dolorosamente segnato dal terrorismo. Tutto questo evidentemente non basta a convincere chi ha una concezione dello sport legata solo a campanili trasformati in bandiere identitarie. Ancor meno chi da sempre usa il nostro sport nazionale per conquistare voti facili e oggi al più qualche comodo like. Di sicuro ‘Pablito’ non avrebbe mai meritato di finire in una cagnara di così basso livello e siamo convinti che ovunque si trovi oggi, magari a palleggiare con Diego che ci ha salutati nello stesso anno, si farà solo una grande risata. di Diego de la Vega

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