Zoff fa 80
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Dino Zoff, un uomo da record per anni portiere più imbattuto in Italia e con la Nazionale. Il racconto attraverso quei suoi guanti arancioni, mai utilizzati. Una coperta di Linus, chissà.
Zoff fa 80
Dino Zoff, un uomo da record per anni portiere più imbattuto in Italia e con la Nazionale. Il racconto attraverso quei suoi guanti arancioni, mai utilizzati. Una coperta di Linus, chissà.
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Dino Zoff, un uomo da record per anni portiere più imbattuto in Italia e con la Nazionale. Il racconto attraverso quei suoi guanti arancioni, mai utilizzati. Una coperta di Linus, chissà.
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AUTORE: Nicola Calzaretta
I guanti arancioni. Non li ha mai usati. Sul finire di carriera se li è portati dietro in ogni dove. Stretti nelle mani nelle foto di rito, insieme al paio scelto per la partita, quindi conficcati provvisoriamente sul retro dei pantaloncini, compressi tra elastico e schiena durante lo scambio dei gagliardetti, lui quasi sempre capitano fra Juventus e Nazionale.
Poi, una volta esauriti i preliminari, con la scelta tra campo e pallone, eccoli adagiati a fianco della sua porta. Un metro circa, non di più, dal palo alla sua sinistra. E appena l’arbitro fischia la fine, il primo pensiero è per loro, subito recuperati per la gara successiva.
I guanti arancioni. Il paio di scorta del classico modello Uhlsport, nero, grigio e rosso, quello usato nelle partite decisive del Mundial del 1982 e sistematicamente con la Juventus. Guanti titolari e riserve, anche qui una gerarchia che non ha conosciuto deroghe né ha lasciato spazio ai sentimentalismi. I guanti arancioni come Piloni, Alessandrelli, Bodini, i suoi dodicesimi che si sono alternati in panchina, con tanto di tuta e radiolina, nei suoi undici anni in bianconero. 330 partite senza mai una sosta ai box, a eccezione della mezzoretta finale contro l’Avellino nel 1979 che costò cara al povero Alessandrelli, ma questa è un’altra storia.
I guanti arancioni. Puliti, intonsi, integri, magari con l’etichetta del prezzo ancora appiccicata all’interno. Eppure sempre presenti. Una coperta di Linus, chissà. Magari una semplice abitudine, senza alcuna spiegazione filosofica o ultraterrena accessoria. Oppure una vera e propria superstizione. Ma no, dai.
Perché uno come Zoff non poteva essere superstizioso. Chissà. Lo hanno dipinto spesso come musone, freddo e distaccato, una sfinge. Non era così. Poco incline al volo e allo spettacolo, secondo alcuni. Vestito di nero e poi di grigio, troppo serio e serioso. Insomma, uno come Albertosi – suo rivale per molti anni anche in azzurro – colpiva di più la fantasia popolare con le sue divise colorate, il capello lungo e il baffo senile. Dinozoff, tutto attaccato, è stato altro. «Un monumento della fiducia popolare», come da sublime pennellata dell’indimenticato Beppe Viola. «Parata di Zoff» declamava Nando Martellini e tornava la pace.
Un uomo da record, per anni portiere più imbattuto in Italia e con la Nazionale. La camera che divideva con Scirea al Mundial del 1982 era chiamata la Svizzera.
Scudetti, coppe, vittorie e successi anche da allenatore. Unico giocatore azzurro ad aver vinto un Campionato europeo e un Mondiale. All’Olimpico di Roma, nel 1968, con il numero 22 sulle spalle, titolare di una Nazionale che rinasceva dalle vergognose ceneri della Corea. Mazzola e Rivera insieme, il baby Anastasi bomber di serata, il ritrovato Gigi Riva e lui che penzola attaccato alla traversa della sua porta, mentre lo stadio si illumina con migliaia di fiaccole.
In Spagna capitano a quarant’anni. L’uscita bassa su Cerezo e la parata di sempre, a inchiodare sulla linea di porta la schiacciata di testa di Oscar, all’ultimo minuto della fantastica sfida con il Brasile.
Con i guanti arancioni lì. A un metro, non di più, dalla leggenda.
di Nicola Calzaretta
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- Tag: calcio
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