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L’ignavia e la colpa

La tragica alluvione che ha colpito delle Marche ci sbatte in faccia la realtà di un sistema burocratico-amministrativo fallace e incapace di portare a termine ciò che ha iniziato.

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Domenica, tanti pensieri che si affollano quando si ha un po’ più di tempo.
La tragedia delle Marche che torna a sbatterci in faccia con crudele consapevolezza la follia di un sistema burocratico-amministrativo fatto apposta perché nulla venga mai realmente portato a termine. Perché tutto resti immutato, in un tragico giro di valzer gattopardesco. Come abbiamo letto con gelida efficacia questa mattina sul Corriere della Sera, la “solita“ tragedia italiana. In quale altro modo reagire, del resto, quando si apprende che i primi fondi per mettere in sicurezza quel fiume che ha innescato il disastro marchigiano risalgono al 1986. Millenovecentottantasei.
Cosa si è fatto di ciò che si sapeva dovesse essere fatto?

Cerchiamo disperatamente un accenno, una riflessione in questa campagna elettorale di squallide risse e imbarazzante pochezza di argomenti. Niente, del resto cosa volete che possa interessare a politici abituati a slogan da social preoccuparsi di quel mostro burocratico e legale (men che meno assumersi una qualche responsabilità, figurarsi proprio in questi giorni) che inchioda il Paese alle sue arretratezze, con cicliche e tragiche conseguenze. E non si tenti il giochino di riversare tutto sulle responsabilità a livello locale che, nel caso esistano, andranno accertate come qualsiasi mancanza per dolo o colpa. Quello che non sarebbe dovuto venir meno da decenni è una severissima assunzione di responsabilità politica a livello nazionale.
Nel nostro fragile Paese, acconciarsi a mettere le pezze di volta in volta, costernarsi, indignarsi, addolorarsi e non far nulla è ignavia allo stato puro. Un atteggiamento irresponsabile e moralmente inaccettabile.

Saremmo stati sorpresi e felici se fosse stato rivolto alla cura del territorio e a dire la verità ai cittadini sulle cose da fare anche solo un briciolo delle energie profuse per insultarsi. Per far finta di non capire cosa abbia detto Mario Draghi – perché non si sa cosa rispondere e le code di paglia di taluni hanno dimensioni chilometriche – per invitare provocatoriamente l’avversario politico a presentarsi ‘senza scorta’ se dovesse osare parlare di reddito di cittadinanza (doveva cancellare la povertà ed è diventato uno stipendio di nullafacenza).

Non chiediamo nulla di meno di quello che sarebbe il minimo accettabile per chiunque si candidi a guidare il Paese, in modo da evitare il ripetersi del sempre uguale.
Attendiamo senza fiducia.

 

di Fulvio Giuliani

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