Trafficoni
| Cronaca
Beppe Grillo è stato accusato di traffico di influenze illecite, un reato previsto dall’art. 346 del codice penale facilmente contestabile ma anche difficilmente provabile. In Italia occorre una norma chiara che regoli l’attività di lobbing.
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Beppe Grillo è stato accusato di traffico di influenze illecite, un reato previsto dall’art. 346 del codice penale facilmente contestabile ma anche difficilmente provabile. In Italia occorre una norma chiara che regoli l’attività di lobbing.
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Beppe Grillo è stato accusato di traffico di influenze illecite, un reato previsto dall’art. 346 del codice penale facilmente contestabile ma anche difficilmente provabile. In Italia occorre una norma chiara che regoli l’attività di lobbing.
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AUTORE: Davide Giacalone
Non solo la civiltà vuole che si sia rispettosi dei diritti e della legge – quindi garantisti, anche con i giustizialisti, ovvero con quanti pretendono condanne senza il rispetto né della procedura né della legge – ma la convenienza dovrebbe suggerire che se capita a un giustizialista d’essere inquisito non ci si dà di gomito sorridendo, ma assai seriamente se ne approfitta per ricordare che si tratta di un innocente. Noi, nei confronti di Beppe Grillo, lo abbiamo fatto ieri. Subito. Ma si deve andare oltre, si deve entrare nel merito, perché la cosa riguarda tutti. Sono desolanti il silenzio di tanta politica e la superficialità di tanta informazione.
Grillo è innocente fin quando non fosse condannato in via definitiva eccetera eccetera. La nostra filastrocca del garantista. Che vale sempre. Ma il reato che gli viene contestato, previsto dall’articolo 346 bis del codice penale, non è affatto una trovata grillina. Molti di loro lo credono e molti giornali lo ripetono, in un concorso d’ignoranza e pregiudizio. Manco per sogno: è una legge del 2012 e porta il nome dell’allora ministro della Giustizia Severino. Governo Monti. Ed è una legge sbagliata. Un reato facilmente contestabile e difficilmente dimostrabile. Loro, gli zoticoni del giustizialismo, cavalcano gli avvisi di garanzia, sicché del Grillo altrui avrebbero già reclamato la testa. Ma siccome non c’è alcun Grillo in noi, non ci limitiamo alla filastrocca dell’innocenza e andiamo oltre: quella roba va rivista. Non nel senso in cui la rivide il loro ministro Bonafede – uno che mena vanto della suprema inciviltà d’avere reso possibili processi eterni, che neanche le più feroci dittature pensarono di processare a vita la gente – che portò la pena massima da 3 a 4 anni e mezzo per il traffico d’influenze. Va messa mano perché così è insensata.
Si sa cos’è la corruzione e cos’è la concussione, ma cos’è il traffico d’influenze? Tizio dice di conoscere Caio, pubblico ufficiale, e si fa pagare per una mediazione illecita. Roba allo stato gassoso. Eppure questo reato esiste in altri ordinamenti e, sebbene non in modo ammirevole, funziona. Perché? Semplice: perché dove è regolata l’attività di lobbing – ovvero il farsi pagare per esercitare un’influenza o una mediazione indirizzata a convincere della bontà degli interessi rappresentati – quel che si trova fuori da quella regola può essere considerato un reato. Poi tocca dimostrarlo, ovviamente. In Italia non funziona e non può funzionare perché manca la norma per l’esercizio regolare dell’attività di lobbing, per la regolare e benemerita rappresentanza degli interessi. Mancando il regolare non si sa cosa sia l’irregolare. Posto che, lo ripeto, la corruzione è un’altra cosa.
L’avviso di garanzia a Grillo, quindi, è la buona occasione per dire: a. la presunzione d’innocenza non solo è intoccabile ma senza quella manco può esistere la giustizia; b. l’attività di lobbing va regolata, come da dieci anni si cerca inutilmente di fare; c. da dieci anni è vigente una legge i cui contorni sono esoterici, visto che mancando la regola non si riesce a definire l’irregolare, pretendendo però di punirlo sempre più severamente.
Certo che i frinenti non lo capiscono, come non lo capiscono tutti i giustizialisti con la bava alla bocca. Ma mi sfugge per quale ragione ci s’impegni tanto nel somigliare loro.
di Davide Giacalone
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