Uomini e fiumi
| Cronaca
Ogni autunno che viene l’Italia si ritrova con i piedi e le mani nel fango. È la storia ciclica in tre tesi ma il problema resta lì
Uomini e fiumi
Ogni autunno che viene l’Italia si ritrova con i piedi e le mani nel fango. È la storia ciclica in tre tesi ma il problema resta lì
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Uomini e fiumi
Ogni autunno che viene l’Italia si ritrova con i piedi e le mani nel fango. È la storia ciclica in tre tesi ma il problema resta lì
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AUTORE: Giancristiano Desiderio
Ormai lo schema è chiaro, ha tre fasi: 1) piove molto; 2) colpa del cambiamento climatico; 3) assenza di governo del territorio e manutenzione.
Lo schema in tre tesi – quasi un’ironica ma dolorosa dialettica hegeliana un tanto al chilo – si ripete a ogni forte temporale. Non resta altro che attendere il prossimo nubifragio e vedere, come diceva Jannacci, l’effetto che fa. A meno che non si corra ai ripari e, abbandonando la teologia climatica, ci si metta a lavorare di buona lena recuperando il tempo perduto pulendo i tombini, le cunette, i letti dei fiumi, rafforzando gli argini, rivedendo i piani urbanistici, limitando il cemento e, insomma, usando la testa senza credere che per evitare i disastri basti una preveggente e tempestiva allerta meteorologica.
Possibile? Macché. Siamo diventati il Paese – forse lo siamo sempre stati – delle discussioni senza senso sui massimi sistemi e abbiamo dimenticato che il metodo scientifico è sperimentale e che lo ha inventato Galileo Galilei, non soltanto sulla base della (buona) teoria ma soprattutto della pratica che lui chiamava «cimento». Ma qui, ormai, nessuno più vuole cimentarsi con la pratica, cioè con il lavoro: le spiegazioni della (cattiva) teoria sono così comode perché danno la possibilità da un lato di avere il mondo fisico-naturale – la Natura – in pugno e dall’altro di dare lezioni agli altri che non hanno capito niente.
Ma dov’è che l’ho già sentita questa storiella tanto metafisica quanto patafisica? Ah già, nel secolo scorso, quando gli uomini – lasciamo stare quali uomini – pensavano di avere in pugno la Storia della quale, come amava dire Carletto Marx, avevano risolto l’enigma. Oggi, non contenti dei disastri del passato, è stato fatto un passo in avanti e si è passati dal controllo totale della Storia al controllo totale della Natura della quale, evidentemente, è stato risolto l’enigma. Scusate, non sarebbe il caso di stare un po’ con i piedi per terra e mettersi a lavorare?
Ogni autunno che viene l’Italia si ritrova con i piedi e le mani nel fango. L’autunno – la stagione delle piogge – è a metà strada e già sono andate sott’acqua Milano e Firenze. A Milano il Seveso si è allargato e la città si è allagata, ma non è la prima volta: negli ultimi 140 anni è accaduto quasi 350 volte. A Firenze l’Arno è stato governato e l’alluvione del 1966 non si è ripetuta. Come a dire: imparare le lezioni fa bene.
Purtroppo, però, il contado – come si chiamava una volta la campagna della città – è cresciuto senza il governo né del territorio né delle acque e il risultato è che il territorio è andato sott’acqua e sotto il fango per lo straripamento di torrenti, affluenti, fiumi, canali. La storia, la geografia, la geologia, persino la politica sono ‘scienze’ più utili della climatologia; purtroppo non c’è chi le pratica perché – a differenza delle Grandi Narrazioni sulle nuvole – costano fatica, esigono impegno quotidiano e, soprattutto, non offrono la possibilità di avere la verità in tasca per teorizzare la ‘soluzione finale’ e la cancellazione del male dalla faccia della Terra.
L’emergenza continua non è frutto del solito destino cinico e baro ma della stolta pretesa di commettere sempre gli stessi errori sperando che la prossima volta non si verificheranno disastri grazie all’allerta meteo e alla ‘scienza’ climatica. Ma così l’emergenza si trasforma in urgenza e l’urgenza genera mostri e morti oltre agli angeli del fango e agli eroi dei salvataggi. Sarebbe meglio fare a meno, nei limiti del possibile, dei mostri e dei morti, degli angeli e degli eroi e avere semplicemente uomini capaci di intendere, volere e lavorare.
di Giancristiano Desiderio
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